Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Di tutto un po'

La panchina

Un racconto di Maria Rosa Arena

29 Dicembre
12:00 2019

Una ragazzina sulla sedia a rotelle che parve sbucata dal nulla, rischiò di investirlo. Antonio tolse il piede appena in tempo allungando il bastone verso le ruote. 

«Mi scusi!» disse lei trafelata. I capelli rossi le finirono a cascata sugli occhi a seguito dell'improvvisa frenata: «Le ho fatto male?»

«No, no. Ma fai attenzione, signorina» le disse, inarcando la schiena dolorante. Poi la osservò meglio:

«Sai che quella roba ti fa male ai denti? E te lo dice uno che ancora li rimpiange...» disse Antonio indicando la bocca della ragazza: stava vigorosamente masticando un chewingum. Per tutta risposta lei fece scoppiare una bolla rossa fra le labbra e poi sorrise afferrando con due mani forti le ruote della sedia a rotelle:

«Mi aiuta a concentrarmi» gli urlò dandogli la schiena e riprendendo la marcia velocemente. Antonio la guardò allontanarsi stringendo il bastone fra le dita nodose. Quanto gli facevano male quel giorno?  Una cornacchia gli svolazzò sulla testa e lui si abbassò: per un momento aveva avuto l'impressione che volesse attaccarlo.

- Cristo santo! Oh ma che stupido! - si disse. Riprese a camminare con gli occhi nocciola rivolti inquieti verso il cielo. Decise di allungarsi verso i giardinetti. I suoi ultimi giri dell'isolato lo avevano intristito e annoiato a sufficienza. E poi era una bella giornata e il dottore gli aveva detto che camminare gli avrebbe fatto solo bene. Cercando di non ascoltare il tamburo battente del dolore alle ginocchia, si fermò qualche metro prima di una panchina.

- La devono aver messo di recente. Oppure rimbambito come sono non l'avevo mai notata...niente di più facile. In ogni caso, l'hanno già rovinata! - pensò osservando la panchina pitturata di grigio: aveva una crepa di lato, come se l'avesse colpita un fulmine.

- Sarà stato il temporale di ieri sera, mai sentiti dei tuoni così! -

 

Con le gambe penzoloni e lo sguardo sorridente, vi stava seduto sopra un bambino. Aveva un viso rotondo e simpatico; il naso a patata sotto agli occhi azzurri cielo.  Antonio gli si sedette accanto - sentendosi scricchiolare ovunque -  con la lentezza di una tartaruga.

«Ciao. Ti spiace se mi siedo qui con te? Sei solo?» gli chiese togliendosi il cappello e appoggiando il bastone al bordo della panchina.

Il bambino non rispose ma continuò a guardarlo. Gli occhi luminosi gli scrutarono le labbra con interesse.

«Come ti chiami?» insistette Antonio, cominciando a provare un po' di disagio: aveva notato che l'altro era completamente concentrato sulla sua bocca. Si preoccupò di aver messo male la dentiera e si infilò un dito in bocca per tastare che fosse tutto a posto. Lo era.

«Sei sordo? Domandare è lecito, rispondere è cortesia» gli disse Antonio come se avesse davanti il nipote che non aveva mai avuto.

Il bambino all'improvviso fece cenno di sì con la testa.

«Mi stai leggendo le labbra? Ora capisco. Scusami sai, sono vecchio e stupido». Il bambino sorrise. Due fossette si formarono nelle guance rosa come se due dita invisibili le avessero premute al centro. 

«Beh, eccoci qua. Io volevo fare due chiacchiere e chi t'incontro? Un piccoletto sordo muto!» disse con le labbra rivolte verso il cielo per non farle leggere al ragazzino.

«Proprio non me la ricordo questa panchina. Non ci vengo spesso qui ma l'ultima volta non c'era, questo è certo» disse guardando il bambino. Lui continuava a far ciondolare le gambe fissandolo sempre in viso. Il sorriso stampato fra le lentiggini.

«Io mi chiamo Antonio e ho un sacco di dolori. Potessi anch’io muovere le gambe come fai tu» poi pensò alla ragazzina coi capelli rossi sulla sedia a rotelle e si vergognò.

Il bambino con un salto, scese improvvisamente dalla panchina e gli si parò davanti.

- Quanti anni avrà? Ed è possibile che sia qui da solo? - pensò Antonio guardandosi in giro in attesa di vedere sbucare un genitore furioso, intento a cercarlo da chissà quanto. Ma non vide nessuno. Il bambino gli tese una mano e fece come per salutarlo con un mezzo inchino. Antonio scoppiò a ridere.

- Ah! Allora sei educato, eh? - pensò stringendo la piccola mano fra le sue. Il ragazzino gli toccò le dita nodose una per una e poi corse via. Sparì dietro ai cespugli del parco, veloce come una lepre.

- Sarà il caso di avvertire la Polizia? - pensò. Ma poi si disse che non era il caso e che sicuramente aveva dei genitori da qualche parte che lo stavano aspettando: quegli ultimi giorni di dicembre lo stavano rendendo troppo ansioso. Decise di rimanere seduto ancora qualche minuto per vedere se sarebbe tornato; tanto più che il male all'anca gli stava quasi passando. E questo era davvero incredibile: non riusciva a stare seduto senza che prima o poi, una mano gli afferrasse la punta del femore per estrarglielo fuori a viva forza. E quella panchina?  Era comoda e addirittura calda. Con un po' di sforzo, pareva quasi il divano di casa sua.

Stette ancora a fissare qualche piccione picchettare per terra in cerca di cibo e alla fine si alzò.  Impugnò il bastone e si diresse verso casa. Sarebbe tornato il giorno dopo, se le gambe glielo avessero consentito.

Quella notte dormì come un bambino. Sognò una panchina grigia in mezzo al verde e vide Francesca - sua moglie - che lo salutava e gli faceva cenno di avvicinarsi incoraggiandolo a sedersi accanto a lei. Nel sogno ridevano entrambi mentre un temporale si allontanava velocemente dalle loro teste.

 

Il giorno dopo si alzò e si sentì in forma. Non prese neanche una delle sue solite pastiglie per i dolori. Afferrò il bastone, mandò un bacio alla foto della moglie - che aveva posizionato sul mobile nell'entrata - e uscì di casa fischiettando un’aria della Traviata.

Nel percorrere il tratto di strada verso i giardinetti quel motivetto gli fece ritornare in mente il passato. Passo dopo passo, ripensò a quando fin da giovanissimo si era appassionato al canto lirico. Come sarebbe stato bello farne un mestiere. Pensò a Francesca, che appena sposati lo ascoltava cantare estasiata quando in bagno, si faceva la barba. A come lo applaudiva seduta sulla sedia in cucina, neanche fosse stato una star anziché un uomo con la barba rasata di fresco. Perché non ci era riuscito?  Era un omone alto, ben messo, coi polmoni gonfi d'aria e disposti a sparare tutto il fiato che avevano dentro trasformandolo in voce intensa e profonda. Dopo il diploma di musica, aveva partecipato a numerosi concorsi ma non ci aveva creduto abbastanza. E la scusa che si era raccontato era che: “Quello era un mondo in cui avrebbe dovuto avere delle conoscenze per sfondare e farne una carriera...”. Così aveva mollato i suoi sogni, il suo talento e aveva scelto quello che la maggior parte degli altri sceglieva: l'ovvietà a braccetto con la mediocrità. Sua moglie lo aveva visto piano piano trasformarsi in un uomo normale, con una vita normale. E un lavoro che era stato il risultato di tutte quelle scelte: insegnante di musica a cui i ragazzini in classe non dedicavano che qualche minuto di attenzione. E giusto per fargli un favore.

 

Quando arrivò davanti alla panchina si fermò puntando il bastone per terra come un'ancora. Il bambino del giorno prima era seduto e pareva aspettarlo. Le gambe ciondoloni, il viso sorridente. Un déjà-vu che lo rassicurò.  Si sedette al suo fianco e stavolta non fece fatica.

«Sai che giorno è oggi, mio caro? Il trenta dicembre, il giorno in cui ho conosciuto mia moglie» disse sentendo un insolito calore al di sotto dei pantaloni. Appoggiò una mano sopra la panchina. Non stava dando in numeri: dalla vernice grigia, la panchina emanava un caldo tepore.  Gli saliva attraverso il corpo dalle natiche e gli scorreva su tutta la schiena per poi irradiarsi alle gambe. 

- Sarà stato il sole a scaldarla in questo modo! - si disse provando un piacere inaspettato.

Il bambino mise la mano sopra la sua.

«Ma tu lo sai già, vero?» chiese Antonio. Lui fece cenno di sì con la testa e gli occhi azzurri si fissarono nei suoi.  Stettero così per qualche minuto, poi Antonio tolse la mano. 

Aveva mai pensato ad avere dei figli? Non era riuscito a realizzare i suoi sogni figuriamoci avere cura di un bambino che poi magari da grande gli avrebbe rinfacciato di averlo messo al mondo. No, per carità.

«Sono stato solo un egoista e un fifone» disse ad alta voce al bambino che gli guardava serio le labbra.

«Ma ora a che serve rendersene conto?».

Si stropicciò gli occhi con un fazzoletto azzurro. Il bambino lo osservò come se non avesse mai visto commuoversi qualcuno. Gli riprese la mano ma Antonio si ribellò: «Non mi piacciono le effusioni, nanerottolo» disse guardandolo dritto negli occhi. Il bambino sbatté le palpebre per nulla impressionato.

«Insomma, vuoi andartene a casa o mi devi stare appiccicato tutto il giorno?».

Il bambino scese dalla panchina. Gli prese le mani e come il giorno prima, gliele strinse per poi scappare con il sorriso fra le fossette. I capelli neri spettinati all'indietro.

Antonio si dette una manata sulla fronte.

- Complimenti! - Si disse - sempre il solito delicato! Fanno bene a buttare le cose vecchie dal balcone il trentun dicembre. Mi ci dovrei buttare anche io. -

Si alzò dalla panchina. Tutti i suoi dolori erano quasi spariti. Afferrò il bastone guardandosi attorno. Forse poteva ancora chiedere scusa a quel ragazzino se lo avesse ritrovato. Era stato scortese e crudele: glielo aveva insegnato la vecchiaia. E lui aveva appreso molto velocemente a quanto pareva.

Tornando verso casa ripensò a Francesca. Un giorno - molto prima che lui avesse pensato se fosse meglio o no, avere figli - si era fatta scappare:

«Sai Antonio? Quando avremo un figlio sarà bellissimo. Avrà i capelli neri come i tuoi e i miei occhi azzurri, ne sono certa. E le fossette! Come te!».

Antonio si era messo a ridere ma lo aveva immaginato. E ora davanti a quel ricordo, si sentiva un nodo in gola stretto come la sua cravatta blu.  Quando entrò in casa vide la foto della moglie. Era seduta sorridente sulla sua sedia preferita. Accanto a lei c'era un’ombra non ben definita. - Vi era mai stata? - Antonio si portò il fazzoletto alle labbra, lo inumidì con la saliva e lo passò sul vetro.  Cercò di sfregarlo sull'ombra accanto a Francesca. Gli parve che fosse venuta via e appoggiò la foto sul mobile con un sospiro.

Quella sera andò a dormire quasi senza dolori e questo non lo fece pensare ad altro. Sognò di essere in una sala piena di luci e di tenere fra le braccia un neonato in fasce: non piangeva ma lo indicava col dito di una mano minuscola.

 

Il giorno dopo era il trentuno di dicembre. E mentre gli altri si affrettavano per le ultime spese del cenone, lui sapeva che lo avrebbe passato da solo.  Si era comprato degli affettati e degli agnolotti. E tanta, tanta frutta secca.  Aveva persino cucinato il ragù come la faceva sua moglie.  Non gli serviva altro. O meglio, magari due passi? Quelli sì. Prese il bastone e si avviò verso i giardinetti. Per strada incontrò un tizio con gli occhiali che rideva come un matto accanto ad un ragazzino piuttosto in carne. Li osservò darsi grande pacche sulle spalle e girare l'angolo. Cantavano.

- Bella idea! - si disse.

Prese a intonare la Traviata ad alta voce fermandosi davanti a un albero con le braccia allungate verso il cielo. Era come stare sul palco e ne assaporò tutta la soddisfazione: la gente si girava, si fermava e lo applaudiva. Rise di cuore e ringraziò imbarazzato.

- Che bella sensazione... -

S'infilò le mani dentro il cappotto dimenticando il bastone che aveva appoggiato a una ringhiera. Arrivato davanti alla panchina non si accorse di camminare quasi dritto. Notò con perplessità che il bambino non c'era. Se ne dispiacque. Poi si appoggiò alla vernice grigia aspettandosi il calore del giorno prima. E arrivò. Lo lasciò scorrere nelle ossa. Lo sentì arrivare fino al cervello, cullandolo come un bambino. Non aveva mai provato nulla del genere. Le mani gli scattarono veloci fuori dal cappotto e piegò le dita più volte senza sentire alcun dolore. Le ginocchia si allungarono e si fletterono come se avesse avuto cinquant'anni di meno.

Sorrise, come non faceva da tempo.

- Forse non sono ancora da buttare via dal balcone... - si disse compiaciuto.

Stette una buona ora a rimirare il verde invernale dell’erba, la gente che passava coperta dai giacconi e dalle sciarpe spesse. Gli anziani che camminavano a braccetto e il cielo che veniva scuro con pennellate di rosa verso le montagne. Alla fine si alzò sperando di rivedere il bambino ma nulla.

«Chissà che fine ha fatto...» si disse ad alta voce.

Avviandosi verso casa, gli sembrò di essere sommerso da una valanga di ricordi che non pensava neanche più di avere. All'improvviso si ricordava tutto. Ma proprio tutto. Anche le cose meno belle. Le accolse ugualmente come se le rivedesse per la prima volta. Errori, sbagli, tutto quello che aveva detto, fatto, si infilò dentro al suo cuore con dolcezza e lo stupore dell'inaspettata comprensione. Accelerò il passo.

Quando aprì la porta, guardò la foto di Francesca. Ora l'ombra accanto a lei era chiara e distinta: un bambino l'abbracciava tenendola stretta dalle spalle. Aveva i capelli neri e gli occhi azzurri. Lo riconobbe.

Afferrò la foto: «Alfredo!» disse, ricordando il figlio con le lacrime agli occhi.

Poi sentì un rumore di piatti in cucina: «Papà, sei arrivato?» disse l'uomo con gli occhi azzurri sopra le fossette che si allargarono in un sorriso:

«Stavo per venirti a cercare. Ma dove sei stato?».

 

Antonio abbracciò forte il figlio e pensò che non c'era domanda più giusta di quella: - “Già. Dov'era stato per tutto quel tempo? “ -

Maria Rosa Arena

Condividi l'articolo

Articolo riportato da

Commenti all'articolo