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Cronaca

La morte di Gaia e Camilla e il continuo processo mediatico su stampa e tv

Riflessioni su un tragico incidente stradale diventato un caso di cronaca che risale al 22 dicembre e si ripropone con indelicata frequenza.

Corso Francia a Roma, l'incrocio del tragico incidente
3 Gennaio
09:00 2020

Lunedì 2 gennaio, Pietro Genovese, già agli arresti domiciliari, risponderà all’interrogatorio del gip, poi sarà il turno degli avvocati, dei rilievi, dei periti, dei testimoni e delle udienze in tribunale. Il processo però è già in corso dal 22 dicembre, giorno in cui le due sfortunate sedicenni Gaia e Camilla, hanno perso la vita a Roma, travolte dal SUV pilotato da Pietro Genovese, fino a oggi sotto i riflettori dell’accusa.

La morte delle due giovani amiche rappresenta un dramma incommensurabile, una sofferenza da parte di chi resta che va trattata in punta dei piedi. La perdita di un figlio in così giovane età cambia la vita. Nessuno sarà mai più lo stesso.

Ecco perché qui non si intende entrare nel merito di quel processo mediatico già in corso da giorni per tentare di anticipare colpe, vizi e irresponsabilità dei giovani; vittime e investitore, ma soffermarsi su certe distorsioni.

Sono trascorsi più di 10 giorni da quel tragico 22 dicembre e in questa sede si vuol sottolineare quanto, in questo caso, più di un accreditato organismo di informazione si è gettato sul fatto, facendo rimbalzare dinamiche e opinioni fino a sollevare un processo quotidiano senza precedenti per un incidente stradale. È forse dovuto all’ondata emotiva? Difficile a dirsi, ogni incidente che stronca una giovane vita, è una tragedia e genera lacrime che non smetteranno mai di bagnarne il ricordo.

In questo dramma però, più di un particolare suona stonato. Quasi ogni giorno la cronaca ci informa su qualche vittima di un incidente stradale. A memoria non sovviene che si soffermi sui fatti così a lungo e raramente emergono nomi e cognomi, ancor di più nei confronti di chi era alla guida. Solo talvolta si accenna alla nazionalità, al tasso alcolico, talora si scopre che era una macchina rubata o che mancava la patente, ma i dati anagrafici restano tutelati. In questo caso sono amplificati.

È forse dovuto al fatto che Pietro Genovese, figlio del regista Paolo Genovese incarna il perfetto profilo del rampollo di famiglia, dipinto viziato drogato e ribelle, in tal modo da far audience sulla stampa e nei telegiornali? Il sospetto è lecito. Altrimenti, la cronaca di vite spezzate riempirebbe in ben altro modo la carta stampata e gli schermi tivù.

Le vittime di incidenti stradali, secondo i dati Istat in Italia nel 2018 sono state 3334, di cui 612 pedoni, il 74% degli incidenti fatali si verifica in area urbana. Ogni martire è un olocausto, è un dramma ancor più doloroso quando si tratta di ragazzi che avevano una lunga, ipotetica vita davanti.

Dunque, per esperienza personale, essendo vittima di un incidente stradale, duramente colpito sia nel fisico che nel prosieguo dell’esistenza, nella dignità maltrattata da una giustizia sfuggente, e negli affetti familiari distrutti dagli eventi, l’autore di questo critico articolo, punta il dito su un eco mediatico che, da quel 22 dicembre, viene amplificato dall’informazione in maniera ossessiva.

A questo punto, ogni vittima meriterebbe la medesima attenzione, o ancor meglio, Paolo Genovese e le sfortunate Gaia e Camilla, pur con dovere di cronaca, reclamano eguale discrezione e dubbio da parte dalla pubblica informazione che invece non accenna a rallentare la sua inquisizione assillante.

La vita è una cosa seria, si muore una volta sola, farlo di schianto e a una certa età è un imprevisto straziante. Ciò che vorrei è veder scendere un velo di signorile condoglianza su tanto dolore, anziché il rinnovo di un clamore su un caso che, come accade ogni tanto, ha assunto morbosa rinomanza.

Come siamo diventati cinici, insensibili, presuntuosi, arroganti e disattenti, noi di una certa informazione che forse sfugge di mano alla legge della cronaca quando, pur di attizzare ogni processo d'attenzione, ignorando il resto, si perde di vista ogni sfumatura di umanesimo.

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