Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Politica Nazionale

L’EDITORIALE DELLA DOMENICA DI CIVICO20NEWS - Francesco Rossa. “Il bel Paese….”

Tra ignoranti incalliti e giocatori cinici e bari

12 Gennaio
09:00 2020

A conclusione di questa drammatica settimana, il giudizio più appropriato per definire il nostro presidente del Consiglio ed il suo ministro degli esteri, senza esagerare riteniamo sia “ stanno giocando a cose più grandi di loro”.

 

Costoro, dopo lunghi giorni di silenzio sulle vicende  libiche e sulle tensioni tra Usa e Iran, volendosi esibire in politica estera, hanno toccato il fondo della loro ignoranza e dabbenaggine e con loro , purtroppo ci va  dimezzo anche la residua credibilità dell’Italia.

 

Ieri il presidente libico Al Sarraj si è recato a Palazzo Chigi per incontrare il nostro presidente del Consiglio. Colloquio informale e rabberciato, che non cancella la superficialità e le sbadataggini di Conte, che avevano cercato di agire mercoledì scorso senza il supporto della Farnesina, ma consigliato, a quanto pare, dai mezzani del suo staff,  per fare concorrenza allo sprovveduto Di Maio.

 

Da parte di Al Sarrai, non si evidenzia il ruolo dell’Itala e dell’Europa, ma si apprezza la mediazione in atto di Russia e Turchia ed altri eventuali interessamenti dell’Europa, per giungere al cessate il fuoco.

 

Ma torniamo indietro di qualche giorno per comprendere il vuoto cosmico nel quale naviga il Governo.

Mercoledì scorso 8 gennaio, avrebbe dovuto rappresentare il giorno della svolta per la mediazione italiana, perché il doppio incontro programmato a cuor leggero, a palazzo Chigi dal premier Conte con il presidente libico Al Sarraj e il generale Khalifa Haftar aveva come obiettivo una mediazione storica tra le parti in conflitto. Si è invece trasformato in un disastro di portata internazionale.

 

E’ stata proprio la scelta di invitarli entrambi, ma soprattutto di ricevere prima il generale bombarolo e nemico dell’Italia, con tutti gli onori militari, a provocare l’ira di Al Sarraj che ha annullato la missione nella Capitale e direttamente da Bruxelles ove si trovava, è tornato nel proprio Paese. Una situazione di confusione assoluta.

 

Il nostro incauto presidente del consiglio è finito al centro di polemiche e accuse. Si illudeva di riuscire a riannodare un dialogo che non  è neppure iniziato. In passato e non solo in Italia, le mediazioni strategiche sono state preparate con cura, senza indisporre gli interlocutori e, soprattutto tenute segrete, nei tempi e  nei luoghi, sino al loro auspicabile successo.

 

Invece è il nostro sprovveduto Giuseppi  a stabilire il programma: ore 15.30 colloquio tra il premier e Haftar, ore 18.30 colloquio tra il premier e al Sarraj. Gli incontri avrebbero dovuto rimanere segreti, ma alle 15 il corteo di Haftar arriva direttamente in piazza Colonna, in pieno centro di Roma. “Abbiamo messo il tappeto rosso”, filtra dalla sede del governo.

 

Il generale non si sottrae a fotografi e telecamere, poi entra a Palazzo Chigi. L’incontro con Conte dura tre ore, ma già prima della fine si scatena l’ira di Al Sarraj. Alle 17.30 da Tripoli arriva la notizia che “il presidente non sarà a Roma. Dopo aver saputo della presenza del generale Haftar ha cambiato programma e ha deciso di non venire”.

 

Passa qualche minuto e da Bruxelles arriva la conferma. Visita annullata. Intanto Di Maio, reduce da un’altra inspiegabile gaffe al Cairo, è alle prese con i suoi riottosi senatori. Pare ormai giubilato, ma anche in questo contesto si è deciso di rinviarne l’esecuzione alle idi di marzo. Intanto, visibilmente oscurato, risponde dall’alto della sua ignorante strafottenza, frasi fatte ai giornalisti sull’evoluzione dello scenario libico.

 

In attesa di capire come, escludendo ogni sostanziale iniziativa italiana, andrà a parare l’affaire Libia e la tenzone tra USA ed Iran, come si comporta sul fronte interno l’ondivago Conte? Soprattutto dopo i contatti della settimana, si imporrebbe almeno una comunicazione al Parlamento.

 

Conte aveva annunciato, a fine anno, il vertice di maggioranza che avrebbe dovuto affrontare le questioni più spinose, ma il confronto è stato rinviato sine die.

 

Sull’ex Ilva la magistratura è intervenuta a togliere le castagne dal fuoco al governo giallo-rosso. Infatti, il Tribunale del Riesame ha accolto il ricorso presentato dai commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria (proprietaria dell’impianto attualmente gestito da Arcelor Mittal) scongiurando il rischio dello spegnimento dell’Altoforno 2, che avrebbe provocato la crisi definitiva e irreversibile, con effetti devastanti in termini di occupazione.

 

Ma la situazione rimane comunque assai preoccupante e dagli esiti incerti. Ora potrà ripartire la trattativa tra Arcelor Mittal e governo, per addivenire a un’intesa vincolante per il rilancio del polo siderurgico tarantino entro il 31 gennaio prossimo, dopo il pre-accordo del 20 dicembre scorso.

 

In ogni caso l’esecutivo non esce bene anche da questa vicenda e si conferma che la logica dell’attesa e del rinvio ha nuociuto all’azienda e ha alimentato un clima di incertezza, inasprendo le tensioni sociali.

 

Un governo serio e responsabile avrebbe affrontato in altro modo la questione. Il problema è che anche su questo fronte Pd, Cinque Stelle, Leu e Italia Viva hanno posizioni e sensibilità diverse e la paralisi decisionale è conseguenza della paura di far cadere il governo.

 

Governo che rimane paralizzato sulla questione Alitalia, azienda-colabrodo che continua a perdere centinaia di milioni di euro per una cattiva gestione che si trascina da tantissimi anni. I potenziali acquirenti, Lufthansa in primis, tirano la corda sapendo di poterlo fare, considerata l’agonia della compagnia di bandiera.

 

Conte è attento solo alle ricadute elettorali delle proprie decisioni e quindi non manderebbe mai a casa migliaia di dipendenti Alitalia col rischio che la protesta blocchi gli aeroporti e quindi porti alla paralisi del Paese.

 

Il prolungamento ormai indefinito del prestito-ponte (ora si parla di soluzione definitiva entro maggio, ma è l’ennesimo rinvio) toglie credibilità ad ogni dichiarazione del Presidente e dei suoi ministri perché la morale è ormai una sola: affidare la soluzione del caso Alitalia al mercato significa prendere atto che i dipendenti sono troppi e che bisogna licenziarne diverse migliaia. Meglio allora continuare a vivacchiare, usando i soldi dei cittadini per ripianare le perdite di un’azienda in cronico passivo.

 

Conte è terrorizzato dall’imminente scadenza elettorale regionale e cerca di tirare a campare usando la crisi internazionale come diversivo.

Così gli alleati di governo evitano di incontrarsi per non litigare e rinunciano a decidere perché sulle cose importanti non sono affatto d’accordo. Il traguardo del voto in Emilia Romagna e Calabria è troppo importante e quindi meglio non mostrare agli italiani l’inconsistenza delle soluzioni messe in campo fin qui dall’esecutivo in economia e la fragilità dell’attuale maggioranza

.

Ma la drammaticità del quadro internazionale non può abbuonare a chi governa un Paese come l’Italia le responsabilità di affrontare le tante emergenze che attanagliano l’economia e il mondo del lavoro.

 

In questa paralisi irreale, rotta ogni tanto dai conati di Di Maio e dal silenzio di Zingaretti, non si sa quale sia la posizione del governo né in materia di lavoro né sugli altri dossier all’ordine del giorno, in primis il blocco della prescrizione. Su quest’ultimo esistono almeno tre posizioni nel centrosinistra: i forcaioli Cinque Stelle, che l’hanno proposto e portato avanti; il Pd, che ha annunciato una sua proposta finalizzata a bloccare l’iniziativa dei Cinque Stelle; i renziani di Italia Viva che, pur di impedire gli effetti perversi del blocco della prescrizione, dichiarano di voler votare la proposta presentata dal parlamentare forzista Enrico Costa.

 

Circola voce che si tenti un accordo al ribasso, pasticciato come tutte le intese governative, volte  a vivacchiare.

Ma questo tirare a campare farà solo accumulare i problemi allontanando le soluzioni. E se le urne del 26 gennaio dovessero produrre un terremoto nella maggioranza - tale sarebbe una sconfitta in Emilia Romagna e Calabria - tutti i nodi verrebbero al pettine.

 

Nei Cinque Stelle si prospetta la definitiva resa dei conti con la messa in discussione della leadership di Luigi Di Maio e nel Pd sarebbero in molti a guardare con interesse alla sponda renziana, che potrebbe garantire il “salto della quaglia” nella prossima legislatura, visto il dialogo serrato tra l’ex sindaco di Firenze e il centrodestra.

 

La strategia del rinvio su tutto, adottata dal Conte bis, ha dunque le ore contate. Presto capiremo se ci sarà un nuovo bizzarro contratto di governo tra gli attuali alleati che sostengono il premier  o se la parola tornerà agli elettori.

 

Ma purtroppo tantissimi tengono famiglia e non possedendo né arte , né parte, senza emolumenti parlamentari cadrebbero nella disperazione più assoluta e quindi poltrire vergognosamente in Parlamento vale più dell’affermazione di ogni principio.

 

Si allunga l’elenco dei parlamentari grillini che si mettono in proprio ed anche a sinistra questa moda sta diventando contagiosa. Ci avviciniamo all’8 settembre della politica.

 

Che l’Italia vada alla malora, non importa a questi lerci, perché è pantalone che continua a pagare. Lo attestano i fatti ed ad ogni piè sospinto.

 

Francesco Rossa - Direttore editoriale

Condividi l'articolo

Autore dell'articolo

Commenti all'articolo