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Politica Nazionale

Bettino Craxi. La schiena dritta di uno statista

“La mia libertà equivale alla mia vita”

19 Gennaio
08:00 2020

Ricorre oggi il ventesimo anniversario della morte di Bettino Craxi avvenuta ad Hammamet in Tunisia, per molti in "in un esilio volontario per ribellarsi a chi lo voleva umiliato", mentre per altri era un “pericoloso latitante”.

In questi mesi la saggistica e alcuni noti studiosi hanno rievocato gli anni della prima repubblica, soffermandosi su aspetti anche personali del leader socialista scomparso.

Riteniamo che non siano ancora maturi i tempi per venire a  capo di ogni aspetto che ha portato alla ribalta l’ostracismo per Craxi eletto ad olocausto nella stagione del giustizialismo scatenato ad arte nella “Stagione di Tangentopoli” Si auspicano indispensabili approfondimenti che gli studiosi della politica dovranno ancora compiere per fornire risposte motivate alle nuove generazioni.

Nei fatti, con l’uscita di scena di Craxi, è stata cancellata la prima repubblica con un golpe degno del peggior regime, in quanto tutti i partiti politici, al di fuori del Partito comunista italiano sono stati azzerati.

Comunque la si pensi, quale che sia il giudizio sull’uomo politico, sul governante, sullo statista, sul difensore dei diritti dei popoli, sul nazionalista, bisogna ammettere che Craxi ha interpretato il suo impegno politico come una missione nella quale le ragioni del socialismo si coniugavano  con quelle della nazione.

Craxi  ha amato la politica forse più di se stesso. E si è assunto la responsabilità davanti al Paese e in nome e per conto di tutti, di quanto veniva imputato ai partiti. Il famoso discorso alla Camera pronunciato il 29 aprile del 1993, in uno stato di coma pietoso da parte dei colleghi che lo ascoltavano, resta un documento di assoluto rilievo morale e politico. Craxi parlava del futuro, dell'Europa, chiedeva a quella classe dirigente di dare una fine politica alla Prima Repubblica.

Qual è l’eredità monca di Craxi, o meglio l’indicazione che ci ha lasciato?

Per rispondere in modo compiuto dovremo riferirci, seppur brevemente alla storia dei movimenti Socialisti in Italia, sempre oggetto di scissioni, dal 1921 sino ai nostri giorni. Ed all’interno del movimento, l’eterna contrapposizione tra riformisti e massimalisti. Craxi era il portatore del socialismo riformista di Treves e di Turati, non disgiunto dalla democrazia, rimasto quasi sempre soccombente per circa 50 anni. In ogni scritto ed azione ha manifestato l’indipendenza rispetto al partito Comunista; ha tolto la falce e il martello dal simbolo del suo partito, sostituendolo con un garofano rosso e l’ha pagata cara.

Negli anni 70 del secolo scorso, l’Italia che stava crescendo, presentava, come palla al piede, una classe politica litigiosa e volta al passato, ove statalismo e meridionalismo accattone, mal si conciliavano con il progresso.

Per essere al pari delle nazioni più progredite, il Paese necessitava di una guida dai lunghi orizzonti e la battaglia del nenniano Craxi è stata costellata dall’impegno di emarginare i vecchi massimalisti all’interno del PSI, scegliendo  una politica coraggiosa di Riforme, in armonia a quanto i socialisti in Spagna con Gonzales ed in Portogallo con Soares   cercavano d’impostare, riscattando i loro paesi dai retaggi delle dittature.

Ciò che lo ispirava era la consapevolezza che solo un realistico riformismo avrebbe potuto permettere all’Italia di giocare il ruolo che le competeva in campo internazionale e che solo l’efficienza della sua forma istituzionale avrebbe potuto consentire di superare le tante paralisi che ne facevano un paese quasi incomprensibile all’estero nella sua bizzarra complessità. Che si parli di riforma istituzionale, di forma dei partiti, di debito pubblico, di piccole imprese, di ruolo del sindacato, di pari opportunità o di duello a sinistra sull’Unione Sovietica è difficile prescindere dalle coraggiose intuizioni del craxismo.

Purtroppo questo piano, per le molte ostilità incontrate, da parte dei comunisti in primis, dei cattocomunisti all’interno della Democrazia Cristiana e di altri interessi d’oltreoceano ( le conseguenze di Sigonella)non ha potuto portarsi a compimento.

Nel modo peggiore. Non bastava che Craxi fosse estromesso dalla politica, come per molti altri leader, era invece necessario martirizzarlo nel fisico, sino a negargli le cure indispensabili per continuare a vivere.

Senza discostarci dal percorso riformista, per evidenziare l’autorevolezza del personaggio, merita un inciso su quanto accadde alla base militare di Sigonella, in Sicilia.

Nell’ottobre del 1985, a Sigonella Craxi sfidò gli Stati Uniti ordinando ai carabinieri di circondare gli uomini della Delta Force che volevano catturare e portare in America i terroristi sequestratori dell’Achille Lauro.

Secondo Martelli “non fu una provocazione: fu un gesto sovrano – regale – per affermare la sovranità italiana in terra italiana, un gesto inconcepibile per tutti i predecessori e successori di Craxi a Palazzo Chigi. L’impatto simbolico fu enorme e la scossa politica così forte da destabilizzare lo stesso governo”. Quando il caso giunse in Parlamento tutti si aspettavano che Craxi, per superare la crisi, moderasse, smussasse, sopisse toni, spigoli e argomenti, invece fece un discorso che non lasciò scampo: o l’applaudivi o l’attaccavi. Rivendicò per intero la linea di condotta seguita per liberare la nave e i novecento uomini e donne sequestrati dal commando palestinese, rivendicò la trattativa con Mubarak e l’atto di supremazia compiuto a Sigonella.

Il mancato compimento dell’indirizzo riformista, analizzato dopo oltre vent’anni, ci ha portato ai risultati che  oggi in particolare riscontriamo.

Dopo l’uscita di scena di Craxi, La Democrazia Cristina guidata da Mino Martinazzoli, il peggior leader che il partito di maggioranza relativa abbia mai eletto, si accodò alle tesi del segretario comunista Achille Occhetto e, se fosse riuscito vincitore alle elezioni, avrebbe causato già allora la crisi dello stato di diritto, anticipando, ahimè, lo squallore dei nostri giorni.

La sinistra che aveva lanciato contro Bettino le monetine ed aizzato la folla, non è stata in grado di cogliere l’elemento distintivo di una politica di sviluppo e di crescita. Guidata da leader modesti si è ripiegata su se stessa con i risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti.

Dopo vent’anni, nonostante la parentesi Berlusconiana, limitata nel portare avanti una politica di riforme, dalla difesa delle burocrazie corrotte e parassitarie e dal meridionalismo peloso di Fini e Casini, siamo un Paese che non ha saputo fare i conti coni grandi mutamenti avvenuti nel mondo, dalla globalizzazione, all’impegno nella ricerca scientifica e per l’innovazione, all’affronto consapevole dei flussi migratori, al dialogo con le potenze emergenti ed abbiamo perso progressivamente la considerazioni delle maggiori nazioni.

Craxi, sostiene Martelli, cercò di superare il sistema consociativo che, fra pochi  meriti, costituiva oramai un ostacolo al ricambio politico e un peso crescente per le finanze pubbliche, alimentando anche i costi legali e illegali della politica…Il disegno riformista di Craxi, conclude l’ex delfino del leader scomparso, trovò un ostacolo insormontabile oltre che nel PCI, anche nell’aggregare le forze dei partiti laici, andando incontro alla crisi del sistema politico al momento del crollo del Muro di Berlino.

Crisi culminata con l’esplosione di Tangentopoli che travolse il sistema dei partiti di governo e il PSI che ne era uno dei pilastri subì la diaspora socialista. Da quegli anni cominciarono anche il declino della politica, dell’economia e delle istituzioni repubblicane.

Come saggiamente disse Rino Formica: “Lui non era un nazional sovranista. Era un sovranista europeo. Puntava alle entità istituzionali sovranazionali, con un forte rispetto delle ragioni dei singoli Stati”.

Craxi voleva il presidenzialismo, come chiave delle riforme ed oggi assistiamo ad un governicchio che si attacca ad ogni codicillo per impedirlo e allontanare il confronto elettorale, per tacere l’isolamento  che genera l’inesistenza di una politica estera degna dell’Italia,  paese crocevia nel mediterraneo.


Craxi, come sostiene a ragione Stefania Craxi,” lascia un'eredità a un intero Paese. Aveva una modernità, una visione del futuro impressionante, eppure era un uomo dell'Ottocento: nel 2000, alla fine del Novecento, è stato capace di rinunciare alla vita per difendere le sue idee".

Dovremo tornare su questi argomenti e sulla figura ed il disegno politico di Craxi in particolare. Intanto stiamo affondiamo nel “particulare”, nell’ignoranza elevata a simbolo e sistema, da un manipolo di cialtroni che rende sempre di più l’aria putrida di questo Paese, votato ormai alla deriva.
 

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