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Di tutto un po'

«Il cavallo militare dalle prime civiltà mediterranee all’alto medioevo bizantino» - Parte prima

Intervento del dottor Marco Montesso alla Giornata Pinerolese del 7 settembre 2019 in occasione dei 250 anni della Scuola Veterinaria dell’Università degli Studi di Torino

7 Febbraio
13:00 2020

La civiltà egizia, una delle più antiche e prestigiose, che tra l’altro vede nel nostro Piemonte un Museo e una tradizione di fama internazionale di studi egittologici da quasi 200 anni, a proposito di anniversari prestigiosi sotto il segno di Casa Savoia e sotto il cielo dello Stato che portò all’Unità d’Italia, non conobbe per secoli e secoli il cavallo e soprattutto quello inteso come “arma”, militare appunto.

Dai tempi più remoti il cavallo venne addomesticato per essere sellato, in qualche modo, e come tale utilizzato soprattutto per scopi guerreschi.

Si pensi a come mirabilmente, a proposito, si comportarono gli Sciti delle steppe, senza dimenticare in quella prima fase della civiltà umana gli Hittiti, gli Assiri, i Babilonesi.

In Egitto si dovette attendere il 1600 a.C. circa affinché il cavallo arrivi e da invasore al seguito degli Hyksos, ma non solo bensì attaccato ad un carro.

Sì, perché quel popolo e l’egizio poi per altri secoli, considerava il cavallo, pur da combattimento, buono solo per i carri.

Fino a quel momento, inoltre, nessun geroglifico designava il termine Cavallo, quindi anche filologicamente oltre che archeologicamente si ha la testimonianza dell’assenza sulla scena militare ma pure lavorativa, attività agricole, di trasporto, ecc. del Cavallo nella Terra dei Faraoni. Tuttavia gli Hyksos, i quali restarono sul territorio per circa due secoli, pur senza mai amalgamarsi con gli Egizi, lasciarono loro questa grandissima eredità, il cavallo per l’appunto.

Importanti allevamenti di equini, che probabilmente erano di origine mongola, sorsero in tutto il Paese e dopo la liberazione da parte di Ahmose il cavallo fu messo a disposizione delle Classi alte e dei Militari.

Scuole di Cavalleria militare sorsero vieppiù nei pressi delle regge, ma non devono essere intese come centri di ippica bensì come luoghi in cui veniva insegnato l’uso, per l’appunto, del cavallo aggiogato al carro.

Carri che non solo costituirono l’ossatura della loro Arma di Cavalleria in tempo di guerra ma pure utilizzati per la caccia nel deserto.

La stessa arte egizia rappresenta esclusivamente cavalli uniti ai carri, che erano leggerissimi, col guidatore che spesso da solo, le redini che gli cingevano la vita o legate dietro le reni affinché avere le mani libere per tirare con l’arco o brandeggiare una spada o lanciare una lancia.

In fatto di carri, infine, si deve notare la finissima arte ed eleganza unitamente ad una sempre più raffinata tecnica costruttiva, si può affermare tranquillamente ciò grazie alle scoperte archeologiche nelle tombe dei Faraoni.

Si pensi al celeberrimo TUT-ank-amon, il cui carro è stato rinvenuto in ottime condizioni nell’anticamera del suo sepolcro nella Valle dei Re.

A Firenze, per esempio, è esposto un carro egizio con le ruote a quattro raggi col battistrada smussato ai lati con lo scopo di ridurre l’attrito col suolo ed aumentarne la velocità, che in battaglia, come nella caccia, assume un ruolo determinante.

Un altro faraone amante dei carri fu Ramses II, figlio di Sethi I nonché nipote di Ramses I, il quale da Ufficiale di Cavalleria assurse al trono.

DNA non mente!

Ramses II regnò per una sessantina d’anni (1290-1222 a. C,), periodo eccezionale ancora oggi, fu, a proposito di DNA, il condottiero della epica battaglia di Kadesh della quale lui fece passare alla storia, oltre al coraggio personale e all’ascendenza divina, anche ma soprattutto il suo fido auriga Menna e i due cavalli che trainavano il carro.

Cavalleria, seppur “trainante”, docet.

Ora, dopo questa introduzione incentrata sul mondo egizio per la sua intrinseca importanza e dovuta anche al fatto di miei particolari interessi accademici in materia.

La civiltà egizia, che più avanti verrà, seppur velocemente e indirettamente, disvelata soprattutto nei suoi più tardi periodi, quelli tolemaici, romani e bizantini più pregnanti in questo contesto di Cavallo militare.

Ciò poiché in quei periodi inteso nel senso più tradizionale di “Cavallo come arma, sellato e montato dal cavaliere”, ciò sempre in virtù dei miei interessi storico-militari (CISRSM), nella fattispecie egizia in lunghi conversari col mio Maestro e Amico Alessandro Roccati, egittologo di fama mondiale e con “Greek, Roman and Byzantine Studies” della statunitense Duke University (NC).

Andando pienamente ora sull’argomento “Cavallo Militare” nell’Antichità mediterranea e viciniori, non si può non tornare un poco indietro nel discorso allorquando si citavano i popoli orientali della c.d. Mezzaluna Fertile nonché quelle popolazioni indoeuropee delle Steppe.

A loro l’Umanità deve la scoperta del cavallo o, meglio dire, dell’ammaestramento equino che per importanza e rilievo nell’evoluzione delle civiltà, che via via si sono susseguite, ha avuto un impatto che taluno paragona alla scoperta della polvere da sparo o del vapore o dell’elettricità in tempi moderni.

Si pensi, infatti, in campo militare a che cosa portò il cavallo, inteso come schiera montata, ovverosia una rapidità, anche coi carri che fino a prima erano trainati solo da lenti buoi o gracili asini, e un’ampiezza di movimenti e dispiegamenti delle truppe sul campo, una moltiplicazione della forza d’urto, una revisione e perfezionamento della tattica esplorante.

Come si è evinto precedentemente, il cavallo per secoli e secoli ha iniziato il suo impiego bellico trainando carri, cocchi da guerra, in Egitto appunto.

Ma non era sempre così: nella seconda metà del XII secolo comprare in campo babilonese la Cavalleria intesa come Arma montata grazie ai mercenari che il grande Nabucodonosor I aveva ingaggiati.

E dove? Probabilmente da quei popoli che già utilizzavano la Cavalleria quali gli Assiri.

Assiri che ai tempi del Nuovo Impero con Assurnarsipal II (883-859 a. C.) rafforzarono notevolmente l’Arma arrivando ad essere considerata la prima Cavalleria della storia di cui si possa avere un’idea precisa, e ciò grazie alle vivide rappresentazioni nei loro monumenti.

Il cavaliere assiro cavalcava diritto, ginocchi in su, cosce serrate ai fianchi del cavallo, senza staffe, senza sella ma spesso con una coperta tenuta da una cinghia, non a pelo dunque.

Armato di un arco più corto di quello della Fanteria, una spada corta, elmo, lorica, gambiere e talvolta un piccolo scudo.

Spesso il cavaliere veniva accompagnato da uno scudiero montato armato di uno scudo concavo e di corta lancia si poneva a sinistra proteggendolo e reggendo le briglie quando il cavaliere doveva scoccare una freccia tendendo l’arco.

Questa figura di scudiero scompare ai tempi di Salmanassar II, grazie all’evoluzione della tecnica equestre e con l’introduzione di una grande gualdrappa per il cavallo e una corazzatura per il cavaliere, che continua però ad essere arciere, ma anche e vieppiù lanciere.

La cavalleria assira lascia il suo ruolo principale di scorta dei carri per divenire più impetuosamente audace e mobile cavalcando e combattendo celermente e coraggiosamente su vari terreni, che vanno dalle pianure alle montagne, dalle selve alle paludi, così come nell’arido deserto a caccia degli Arabi montanti dromedari.

Nella penisola anatolica la Cavalleria ebbe a svilupparsi in tal guisa soprattutto a partire dagli ultimi secoli del II Millennio a. C. al fine di contrastare le sempre più frequenti invasioni indoeuropee.

Il Regno Lido dei Mermnadi nel VII e VI secolo a. C., succedendo ai Frigi nel dominio anatolico, era una valorosa monarchia guerriera di stampo feudale e combatteva a cavallo in squadroni serrati e con lunghe aste.

L’importanza della Cavalleria rifulge su tutte le altre armi in quanto viene frequentemente raffigurata in pugna sui principali monumenti della Licia e, in quelli meno arcaici, ionici.

La Cavalleria dominò senza meno il Mondo per un certo tempo, ciò a seguito delle vittorie dei Medi e Persiani su tutte le popolazioni dell’Oriente classico.

Tra i Persiani, per esempio, solo i c.d. Immortali della Guardia appiedata potevano almeno in parte accostarsi ad essa.

(Fine parte prima – continua)

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