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Di tutto un po'

Pollici

Un racconto di Maria Rosa Arena

9 Febbraio
14:00 2020

Mi piace stare alla finestra. I fatti degli altri sono certamente più interessanti dei miei. Per questo osservo – o meglio, scruto - e butto il fumo della sigaretta oltre i vetri. Mi piace guardarlo svanire assieme al fetore dello smog: mi è grato per questo.  Lo capisco da come si allontana da me. Velocemente. Mi piace, sì.

 

Odio le persone.

 

Viste dal quarto piano sembrano quasi calpestabili. Ma detesto sporcarmi le scarpe. Allora ci metto un pollice sopra e faccio finta di schiacciarle, una a una. E poi mi lavo le mani. Con cura. E mi riaffaccio.

 

Loro? Son sempre lì. Magari qualche metro più avanti. Mica mi vedono. Difficile che guardino in alto, così tanto interessati ai loro piedi e alle loro scarpe da quattro soldi. Difficile che cerchino il cielo. Non in Via XX Settembre. A qualche metro dal Duomo. Qui tutto si restringe e pare un pezzo ricurvo dell'inferno sempre proteso verso la santità.

 

Per questo ci abito io. Mi assomiglia.

 

Si, mi piace stare alla finestra.

 

Ora ad esempio sta passando un tram. È un “quattro”. Un verme grasso e rumoroso come quello delle ciliegie. Gli ho visto il muso. E forse lui ha visto me perché sta uscendo dai binari e si sta schiantando contro il muro.

 

Un rumore sordo. Che mi fa accapponare la pelle. Mi guardo le braccia. Ho tutti i peli dritti. Ma la mia faccia ride. Scendo. Voglio vedere chi è sfuggito dai miei pollici. Mi butto sulle scale di corsa.

 

Apro il portone. La gente è accorsa tutta insieme. Il muso del tram è frantumato contro il muro. Sembra un ghigno. Si è fermato prima del Duomo, ma appare lo stesso chinato in preghiera. Le portiere sono bloccate. Le persone imprigionate dentro, urlano. Si capisce.  Le vedo attraverso i finestrini. Mi tiro su la mascherina. Vado avanti e indietro lungo tutta la lunghezza del tram. Non vedo feriti. La gente sembra solo spaventata. Mi piace. Urlano ma restano muti. I vetri non fanno passare nulla. E loro sono tutti raggruppati all'inizio della vettura, dietro l'autista. Lo vedo parlare al microfono. Ha una chiazza rossa sulla fronte. Ritorno indietro, verso la fine del tram. Non c'è nessuno. O meglio no. Qualcuno c'è. Fammi guardare bene.

 

Qualche persona mi si avvicina. Hanno visto anche loro qualcuno seduto. È nell'ultima fila. È un bambino. Il cappello rosso in testa. Lo zaino sul grembo. Avrà 10 anni? Forse. Guarda dritto. Come se non si fosse accorto di niente. Gli bussano sul vetro. Io cerco di farmi largo fra quelle persone. Mi metto proprio col viso davanti al suo. Lo fisso. Lui si gira. Ha due lacrime grosse e trasparenti sulla guancia. Stanno ferme e immobili. Inchiodate. Come lui. Gli occhi a mandorla. Ciuffi di capelli sottili e neri gli escono da sotto il cappellino. È spaventato. Ha un fazzoletto in mano. Forse aveva appena starnutito. Si rigira e guarda verso la gente ammassata all'inizio del tram. Capisco tutto.

 

Gli busso sul vetro. Lui si rigira. Mi guarda fisso negli occhi. Abbasso la mascherina.

«M I C A P I S C I?» gli urlo, indicando con un dito le mie labbra.

 

Lui fa cenno di sì con la testa. È serio, concentrato. Afferra stretto lo zaino sulle gambe e le dita sono quasi viola per lo sforzo.

 

«V A I D A L O R O» gli dico.

 

Lui alza un sopracciglio. Pare sul punto di dire qualcosa. Poi la sua espressione cambia. Diventa rabbiosa. Le sopracciglia si abbassano e gli occhi neri diventano cupi. Scintillano. Le labbra si stringono. Guarda la gente che sta schiacciata all'inizio del tram. Vede che sono l'uno sopra l'altro nonostante ci sia spazio. Non sono feriti. Hanno paura di lui.

 

Poi riguarda me.

 

Gli faccio cenno di sì con la testa.

 

Lo vedo. Lo sento.

 

Si alza lentamente. Posa delicatamente lo zaino sul sedile. Non è mai stato in Cina ma conosce il senso dell'aggregazione.  La gente, dall'altra parte della vettura ammutolisce. Lui ascolta il silenzio. Si carica. Si china per allacciarsi bene le scarpe da ginnastica. Gira la visiera del cappellino rosso di lato. Apre la bocca. I denti bianchi perfetti. È nato in Italia. L'italiano è la sua lingua.  Quella non è la sua gente? Si prepara alla rincorsa:

 

«Maledetti idioti» urla mentre si lancia contro il gruppo terrorizzato. Il sorriso sulla faccia, gli occhi luminosi d'adrenalina. Le braccia aperte verso di loro.

 

Mi piace stare alla finestra.  Non scendo mai. Ma oggi ne è valsa la pena. Alcuni pollici schiacciano meglio dei miei, lo devo ammettere.

Maria Rosa Arena

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