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«Il cavallo militare dalle prime civiltà mediterranee all'alto medioevo bizantino» - Parte terza e ultima

Intervento del dottor Marco Montesso alla Giornata Pinerolese del 7 settembre 2019 in occasione dei 250 anni della Scuola Veterinaria dell’Università degli Studi di Torino

14 Febbraio
10:00 2020

Per questa ragione la Cavalleria greca ebbe sostanzialmente compito di rafforzamento delle ali indebolite di opliti, e al massimo del suo splendore ai tempi di Epaminonda, oltre ad azioni di leggere cariche e scaramucce localizzate.

Toccò poi ai Macedoni, in particolare a Filippo padre di Alessandro Magno, svilupparla e portarla con lo studio di tecniche varie ad essere la Regina della Battaglia.

Solo la Tessaglia per intanto portò un contingente di 1800 cavalieri a cui si univano 600 Greci e con loro e le masse di Fanteria egli mosse alle conquiste asiatiche.

La Cavalleria era divisa in pesante con asta d’urto e meglio organizzata che in passato di quella greca infatti.

Il Re in persona, inoltre, combatteva e trascinava con l’esempio compagini di Cavalleria che avanzano in formazioni serrate protette ai fianchi da cavalleggeri e mirando a caricare con tutto il proprio impeto contro un punto preciso della linea nemica.

Alessandro poi nelle campagne iraniche potenziò anche la Cavalleria leggera e nella battaglia sull’Idaspe manovrò e vinse la prima parte dei combattimenti con la sola Cavalleria.

Nell’Italia preromana Sanniti e Campani abbandonarono presto i cocchi da battaglia per creare reparti di Cavalleria sul tipo dei coevi finora analizzati.

Ottimi cavalieri furono gli Etruschi, d’altronde i loro “discendenti” Butteri maremmani...!

Armi dei cavalieri italici Sanniti e Campani, largamente citati nelle fonti letterarie per il valore appunto, erano elmi con cresta o penne o corna, corazza e a volte un grande scudo nonché un paio di lance.

Appiedavano quando volevano imprimere maggior forza alle aste.

Nella penisola italica, non Megale Hellas, si scontrò la Cavalleria cartaginese comandata da Annibale.

Se ne possono trarre di insegnamenti da ciò.

Intanto si devono ricordare i Numidi i quali ne costituivano la parte più numerosa.

Solevano caricare il nemico al galoppo urlando e lanciando le loro armi e ripetendo più volte l’azione finché non riuscisse.

Oltre alle scorribande erano abili esploratori ed inseguitori del nemico in fuga.

 

Insieme a loro erano reclutati cavalieri spagnoli, dopo la campagna iberica, e Galli.

Inquadrati a livello ufficiali inferiori da compatrioti questi mercenari erano inseriti in grandi unità comandate dall’élite cartaginese.

I Galli, summenzionati fugacemente, erano appassionati di cavalli pur se la nobiltà non disdegnasse combattere a piedi.

La Cavalleria gallica fu a lungo al soldo degli ellenisti e poi, dopo l’epopea di Cesare, inserita ufficialmente nella Cavalleria di Roma.

Roma, ora, che dire?

Si sa già molto anche solo osservando i monumenti che rappresentano le guerre nei secoli della sua storia o nelle accurate ricostruzioni che vengono fatte con testi o filmati.

Sinteticamente...

Analogamente alle altre popolazioni italiche ab initio adottarono l’armamento greco succitato.

La Cavalleria lì è sempre stata forza armata permanente e nei tempi il Cavaliere era nominato dai magistrati supremi, re, consoli via via solo tra le classi dirigenti.

Spesso nobili o anche persone molto abbienti, in determinati periodi.

Capitò però che in tempi più recenti le alte sfere di Roma fossero Cavalieri solo di nomina e non di fatto privilegiando le cariche politiche. Perciò Roma ricorse vieppiù nella sua lunga storia alle Cavallerie dei popoli alleati o sottomessi.

Cesare, per portare un caso, per primo arruolò con successo cavalieri germanici, Alemanni, che definì ottimi cavalieri, via via nei secoli Vandali e Ostrogoti, celeberrimi per la Cavalleria corazzata. Una caratteristica che distingue la Cavalleria romana sul campo di battaglia dalle altre finora menzionate e alle quali, appunto, si rifaceva sostanzialmente, era il togliere il morso al cavallo per dargli più slancio naturale, nonostante ciò comunque Roma vinceva con le legioni di soldati a piedi e spesso anche i cavalieri seguivano questa strada.

In linea di massima Roma utilizzò la Cavalleria per rintuzzare il nemico in ritirata, ritardarne gli approvvigionamenti, costringerlo a fermarsi o cambiare strada.

Ma l’accresciuta potenza acquisita nella pugna, appunto, dalle formazioni di fanti serrate in testuggini, o lancianti dardi, ecc. la ridusse di peso.

Ciò nonostante non si devono dimenticare battaglie vittoriose ove la Cavalleria ebbe il suo determinante peso, sostenuta dalle forze di Fanteria, che portarono a epici confronti. Il migliore comandante di Cavalleria che ebbe nella sua epopea cesariana e non solo Roma fu il triumviro Marco Antonio.

E con lui, ovviamente e in modo assolutamente logico per la sua storia e per la leggenda che lo circonda e travalica i confini della Storia togata, si introduce e velocemente tratta, infine, l’Egitto provincia romana, che seguiva il periodo menzionato tolemaico e precedeva il bizantino, che in loco durò solo fino alla prima metà del VII secolo d. C., nel 641, lasciando il posto ai nuovi dominatori arabi che successivamente vi portarono, quasi totalitariamente ancora oggi presente, la loro nuova religione islamica.

Allora, i Greci dominarono l’Egitto (Epoca Tolemaica) per tre secoli circa dal Regno di Tolomeo I nel 305 a. C. a quello di Cleopatra finito nel 30 a. C., anno in cui inizia la Dominazione Romana, col primo prefetto d’Egitto Gaio Cornelio Gallo.

L’epoca finale, la Bizantina, ebbe inizio col Regno di Costantino, IV secolo d. C., primo Imperatore cristiano a cui tra l’altro si deve la nuova Roma, Costantinopoli, capitale dell’Impero Romano d’Oriente che si trasformò lentamente tra il V e il VI secolo d. C. in Impero Bizantino, dal nome Bisanzio che assunse allora Costantinopoli prima di diventare secoli e secoli dopo l’attuale Istanbul.

Impero Romano l’orientale che divenne poi Romano tout court, come romani si definivano i suoi cittadini, come romano era il diritto, e pure nelle sue più alte vette mai raggiunte, si pensi al CJC di Giustiniano, pur se la lingua ufficiale divenne il greco.

Per dare un ultimo cenno alla Cavalleria romana costantiniana si rammenti che era inserita in una forza armata imperiale divisa in due parti.

La prima era l’esercito di campagna o di manovra e la seconda quella presidiaria, di frontiera. Gravi e grandi infatti erano i pericoli per l’Impero che provenivano dall’Asia e dall’Europa nord orientale.

La Cavalleria mantenne la tradizionale formazione in ali nei confini mentre in quello manovra, che fu molto accresciuto, era organizzata in vexillationes di 500 cavalli, per un complessivo, tra Impero d’Occidente in crisi e d’Oriente in progresso, di oltre 52000 elementi.

Al suo comando l’Ispettore generale, agli inizi uno poi numerosi, per ovvie ragioni.

In questo momento storico la Cavalleria prende il sopravvento nell’esercito di Roma a scapito di una ormai qualitativamente decaduta Fanteria.

Non bisogna comunque scordare come nel basso Impero l’armamento tutto fosse in decadenza e i molteplici e variegati elementi barbari che sempre più numerosi entravano nelle forze armate tendevano a sostituire l’armamento e le tecniche romane con le loro.

Comunque la lancia restò l’arma principale.

Particolarmente pesante, però, quella del periodo per cui molti cavalieri per scagliarla erano costretti ad utilizzare entrambe le mani rinunciando allo scudo, ovviamente.

Da qui la distinzione tra cavalieri dorifori, che portavano il pesante contus e i thyreofori, che avevano un’asta più corta e leggera, infatti.

L’elmo di solito era attico-corinzio ma dal IV secolo entrò in voga la maglia di ferro che proteggeva il capo avvolgendolo come un cappuccio e formando un tutt’uno con la cotta metallica.

La Cavalleria di linea portava poi una corazza metallica, proteggente spesso sia le braccia che le gambe, divenendo così simili ai guerrieri medievali, lasciando alla Fanteria quella tradizionale di cuoio.

Anche i quadrupedi erano protetti da corazzature vieppiù consistenti in metallo, con ciò costituendo il c.d. Cavaliere e Cavallo “Catafratti”, che già molti secoli prima aveva fatto parzialmente e timidamente la sua comparsa nelle civiltà del vicino oriente, in ispecie i Sarmati iranici.

(Fine parte terza e ultima)

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