Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Voci e cose dal Piemonte

Toponomastica e onomastica urbana

«… un comune che non vuol perdere la propria memoria non può accontentarsi di un’insegna stabilita magari mezzo secolo o un secolo fa. Occorre rinnovare la memoria nelle nuove generazioni»

Strada Scarafiotti, nel quartiere Barca, ricorda i proprietari di un vicino cascinale
30 Marzo
11:00 2020

I Lettori più affezionati di “Civico 20 News” sanno che non sono un “addetto ai lavori” esperto negli studi su Turin. Preciso sempre di essere un cultore dilettante, spronato da un profondo amore per la città dove sono nato nell’ormai lontano 1951. Questo si fa sentire nella scelta delle tematiche considerate nei miei articoli che sfugge ad ogni criterio sistematico e aggrega gli argomenti per suggestioni.

Mi piace far emergere il forte legame tra vie, corsi, palazzi e altri luoghi torinesi con personalità in qualche modo a questi riconducibili.

 

Ho parlato in passato di personaggi tirati fuori, almeno per un momento, dal canton dla dësmentia, dal dimenticatoio, spesso dopo averli proposti nel corso di conferenze presso associazioni culturali torinesi e piemontesi.

 

La rievocazione di personaggi è un po’ una mia fissazione.

 

Spesso uso il termine “desaparecido” per indicare persone che, dopo aver rivestito una certa importanza in vita, da morti non vengono più ricordati. Ecco perché spesso lamento la mancata intitolazione ai “miei” soggetti di una via, di un parco, di una scuola o di una biblioteca.

 

Ritengo che questa intitolazione rappresenti il tangibile omaggio a chi ci ha preceduti lasciando un segno nella vita cittadina e nazionale.

 

Ho affermato più volte, in incontri e conferenze, come avrei preferito che molte vie cittadine torinesi fossero dedicate a protagonisti locali piuttosto che a piccoli e piccolissimi sperduti comuni del Piemonte. Ho espresso il mio disappunto quando la scelta del nome di una via ricade su luoghi più o meno noti che non hanno nessun richiamo storico o valenza sentimentale di natura collettiva.

 

A proposito delle intitolazioni della toponomastica urbana vorrei ricordare le più che condivisibili osservazioni del professor Enzo Caffarelli, direttore della “Rivista Italiana di Onomastica” e coordinatore scientifico del Laboratorio internazionale di onomastica dell’Università di Roma Tor Vergata.

 

A conclusione di una ricerca dedicata a strade, piazze e vie dedicate ai “fratelli e sorelle d’Italia” (a Torino abbiamo i Fratelli Bandiera, Calandra, Carle, de Maistre, Garrone, Passoni, Ruffini) condotta in collaborazione con Seat Pagine Gialle e descritta dai giornali a fine ottobre 2013, Enzo Caffarelli affermava: «Anche una persona di elevata cultura, perfino uno storico, conoscerà solo una piccola parte di queste figure minori […] scoprirne le biografie significa comporre un mosaico di pezzi di storia e di vita di tutte le comunità che oggi ricordano queste migliaia di fratelli.

 

Troppi personaggi sono conosciuti solo per il nome della via: il toponimo svolge dunque a metà la sua funzione, perché mantiene vivo un nome, che però i cittadini non fanno corrispondere a nessun volto e a nessuna storia.

 

Sarebbe necessario che ogni comune pubblicasse, almeno in rete, un dizionario dei propri personaggi celebri, con le motivazioni delle intitolazioni. Oggi esistono pochi repertori dei nomi di strade e piazze, anche per le grandi città.

 

Ma un comune che non vuol perdere la propria memoria non può accontentarsi di un’insegna stabilita magari mezzo secolo o un secolo fa. Occorre rinnovare la memoria nelle nuove generazioni».

 

Sempre su questo tema, ricordo Gilberto Oneto, studioso preparato, rigoroso, sostenitore del pensiero autonomista e identitario il quale, fin dagli anni ‘90 del secolo scorso, insisteva sull’importanza della toponomastica per la salvaguardia della cultura locale.

 

Oneto, con lo pseudonimo di Brenno, si augurava, infatti, che i Comuni padani potessero «ridare alla toponomastica cittadina la passata dignità facendo non solo pulizia di tutte le intitolazioni retoriche e funeste (da Mazzini ad Adua) ma ripristinando le antiche denominazioni autoctone».

 

Seppur ogni scelta radicale sia opinabile, come quella appena espressa, vale il principio di privilegiare nella propria realtà locale, da un punto di vista toponomastico, le donne e gli uomini che, nel piccolo e nel grande, hanno contribuito allo sviluppo sociale e morale della collettività.

 

Sarebbe anche apprezzabile, come talvolta già realizzato in parecchi comuni, l’indicazione sulla targa viaria delle precedenti denominazioni della via, così da mantenere quel filo rosso col passato che deve essere necessariamente implementato attraverso l’istruzione scolastica primaria.

 

 

Brenno, Questa è oppressione, Quaderni padani, anno II, n. 4, marzo-aprile 1996, p. 1.

Enzo Caffarelli, Fratelli (e sorelle) d’Italia nell’odonimia italiana, Rivista Italiana Di Onomastica, 2014.

 

Foto di apertura di Aurelio Sartor, foto nel testo di Manfredo Cicolin.

Condividi l'articolo

Autore dell'articolo

Commenti all'articolo