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Scienza e Medicina

Antichi e nuovi farmaci contro la pandemia da Coronavirus

Quando i derivati della Chinina erano usati nella pandemia della «spagnola»

27 Marzo
10:00 2020

Il dilagare incontrollato della pandemia da Coronavirus (Covid-19) in Italia e nel mondo impone a tutti i costi di trovare una terapia farmacologica, anche palliativa, in attesa del tanto auspicato vaccino risolutore.

La legittima e inevitabile pressione emotiva dell’opinione pubblica e l’esigenza di dare urgenti risposte terapeutiche fanno bruciare i tempi della metodologia e l’iter della normale procedura della sperimentazione di nuovi farmaci e, nello stesso tempo, impongono di percorrere nuove indicazioni per quelli già in uso da tempo nella pratica medica.

Tuttavia ci troviamo in una situazione molto particolare e frustrante, quasi in un vicolo cieco, dove le tante conoscenze scientifiche e tecnologiche a disposizione risultano momentaneamente paralizzate per l’impossibilità di trovare una risposta terapeutica che possa invertire la terrificante crescita dei decessi e dei nuovi contagiati.

In pratica e nella totale impotenza, non resta che l’opzione dell’isolamento-distanziamento fisico ottimale, con la conseguente e inevitabile paralisi delle attività di relazione ed economiche.

Un evento che dal tempo dell’epidemia della cosiddetta “spagnola” (1918 – 1920) fortunatamente non si era più verificato e che non si poteva neanche immaginare che potesse ancora ripetersi con queste dimensioni.

In queste ore di animate discussioni e di pesanti polemiche sull’opportunità di utilizzare “nuove terapie” che il clamore e la pressione dei “media e dei social network” propongono all’opinione pubblica, il problema di fare “scelte” ponderate, credibili ed efficaci, da parte delle autorità competenti, sia sanitarie che politiche, si presenta in modo assillante.

Da tenere presente che la qualità informativa dei “social network”, in merito a questa problematica, oscilla con estrema disinvoltura e nella stragrande maggioranza dei casi, tra “l’enfasi miracolosa e la bufala più fantasiosa”.

Pertanto in una situazione così compromessa e confusa per l’emergenza in atto, la necessità di trovare risposte terapeutiche e nello stesso tempo capaci di tranquillizzare i timori dell’opinione pubblica, la “razionalità e l’efficacia” delle proposte possono, purtroppo, abdicare alle “sollecitazioni” emotive di quella parte della società civile più spaventata.

Questo eventuale condizionamento sarebbe in ogni caso una sconfitta totale per la comunità nazionale, ma il rischio che questo possa avvenire è concreto.

In ogni caso si stanno valutando diverse opzioni terapeutiche che presentano potenzialmente attività interessanti, ma che devono ancora essere validate dalle procedure che la farmacopea ufficiale internazionale e la clinica prevedono.

Le principali sotto osservazione sono: La Clorochina, il Tocilizumab, il Remdesivir e l’Avigam. L’ AIFA (Agenzia Italiana per il Farmaco) ha concesso l’autorizzazione alla sperimentazione per questi farmaci nell’infezione da Covid-19, sia come nuove “molecole”, sia per l’estensione di queste nelle nuove indicazioni terapeutiche.

La Clorochina è un farmaco utilizzato per la prevenzione e nel trattamento della malaria. In tempi recenti è stato utilizzato, con una certa cautela, in diverse patologie autoimmuni. Deriva dalla CHININA (sinonimo: metilcupreina; C20 H24 O2 N2 + 3H2O. È uno dei più importanti alcaloidi delle cortecce di china. 

Il Tocilizumab (Hoffman – La Roche) è un anticorpo monoclonale umanizzato, con attività immunosoppressive, già in commercio per il trattamento dell’artrite reumatoide e impiegato come antinfiammatorio. Infatti il Covid-19 può provocare una potente infiammazione ed edema a livello polmonare.

Il Remdesivir (Gilead Sciences) è un farmaco antivirale della classe degli analoghi nucleotidici. A livello di laboratorio sembra dimostrare una efficacia contro il Covid-19 e su altri virus similari. Come antinfiammatorio agisce contro il recettore dell’interleuchina-6 (IL -6R).

L’Avigan o Favipiravir (Toyama Kagaku Kogyo) è un farmaco antivirale il cui meccanismo d’azione sembra manifestarsi nell’inibizione della replicazione e che possiede una attività diretta contro molti virus a RNA, ma che in ogni caso richiede ancora una definitiva conferma. Infatti molte sono le perplessità in merito per l’eventuale utilizzo.

Questa è la situazione attuale che attende dalla sperimentazione clinica la speranza di trovare una risposta efficace.

Tuttavia se questa è la realtà del presente, mi viene segnalata una “curiosità terapeutica” che al tempo della grande pandemia della “spagnola” trovava largo consenso.

Il prof. Giorgio Ponzio (Biologo - ex Ricercatore e Professore Aggregato di Genetica Medica presso l’Università di Torino) mi ha inviato la documentazione sotto allegata, che ritengo degna di nota e di divulgazione.

“ …. in maniera del tutto casuale ho ritrovato in soffitta, in fondo ad uno scatolone, un contenitore di vecchie medicine. Tra tutte una in particolare è da considerarsi “attuale”. La scatolina è accompagnata da una fascetta scritta a mano (grafia di mio padre), su cui si legge: “Spagnola 1918 - è stata molto efficace”.

All’interno della scatolina sono ancora presenti una compressa intera ed una frammentata. Ti allego le fotografie di questo documento storico della grande pandemia …”.

Senza ombra di dubbio queste immagini sono storicamente interessanti, tenendo conto che il farmaco Chinoteina Serono, già ampiamente utilizzato come antimalarico, trovava suggerimento per essere somministrato nella devastante pandemia di “Spagnola” (1918 – 1920).

La Chinoteina Serono  (Salicilato [C20H24N2O2•C7H6O3•H2O], o chininum salicylicum) era il sale scelto dal prof. Cesare Serono – chimico e patologo medico torinese (Torino, 19 ottobre 1871 – Roma 23 dicembre 1952), fondatore dell’omonima casa farmaceutica) come principio attivo del suddetto prodotto, che al tempo rappresentava un farmaco importante.

Il Salicilato o Chininum Salicylicum si presenta in aghi bianchi, leggeri, inodori, di sapore amaro; contiene il 68,79% di chinina; pochissimo solubile in acqua. Antimalarico e antireumatico. Dosi: grammi 0,10-0,20, fino a un grammo al giorno)

Pertanto riproporre, in questa tragica circostanza della pandemia da Covid-19 la Clorochina, un farmaco che ha una lunga storia di successi terapeutici e che potrebbe ancora riservare sorprese, evidenzia l’incertezza del momento e l’urgenza di trovare un rimedio.

Assistiamo nuovamente al ritorno del concetto dei “corsi e ricorsi” storico-scientifici?

La domanda è decisamente intrigante se attualmente la Chinina (cioè l’utilizzo dei suoi diversi sali) viene nuovamente rivalutata e forse, se la sperimentazione ci darà una solida conferma, considerata un valido presidio contro il Covid-19.

Noi tutti ce lo auguriamo affinché, alle nuove scoperte innovative che le biotecnologie ci possono e potranno offrire, si riesca a fruire delle ulteriori proprietà terapeutiche, ancora sconosciute, dei cosiddetti “farmaci storici”, che pertanto potrebbero rientrare autorevolmente nella pratica terapeutica attuale.

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