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Covid-19 Niente sarà più come prima (l’implosione dei grandi sistemi socioeconomici)

Era il 1971 e lo Scrittore, Ing. Roberto Vacca scriveva “il Medio Evo prossimo venturo”. Reminiscenze e proiezioni nel tempo

28 Marzo
08:30 2020

La pandemia di Covid-19 ha mobilitato ogni coscienza. Tra di esse quelle degli opinionisti attenti alle cose del mondo che, sospinti e ispirati dall’impatto devastante del virus, hanno già vergato le previsioni su un futuro che in ogni caso verrà.

Non è un esercizio nuovo. Nei primi anni 70 il mondo fu percorso da più “tensioni energetiche” scatenate dalle guerre arabo israeliane, con relative crisi petrolifere e un periodo rallentato da un precario stop dei rifornimenti. In Italia è ricordato come: i giorni delle domeniche a piedi e divieto di circolazione alle auto.

Fu allora che scelsi studi ecologisti, studente di architettura attento all’impatto dell’uomo sul Globo, e alle energie rinnovabili; alternativa agli idrocarburi, causa di degrado planetario già allora evidente.

Il medioevo prossimo venturo

Sono passati 45 anni e di fronte a un’emergenza ancor più planetaria, ormai maturo spettatore mi consento una previsione, citando un testo di successo dello Scrittore Roberto Vacca, che lessi a quel tempo: “Il medioevo prossimo venturo”.

Il profetico romanzo ipotizzava una serie di eventi catastrofici che si concentravano in quegli Stati Uniti motori dell’economia mondiale, causando una recessione globale. Previsioni smentite fino ad oggi, tempo in cui il tragico scenario si è concretato a causa d’un minuscolo organismo che sta mettendo in ginocchio il mondo.

Quindi, la memoria torna a quel testo: effetto domino, crollo delle economie mondiali, disgregazione degli Stati, rimescolio delle classi sociali, fuga dalle città prive di rifornimento energetico e prodotti di prima necessità. Anarchia, bande, violenza, uomini alla ricerca di ogni forma di sopravvivenza. Qualcosa sta capitando già.

1937 Marc Chagall. La rivoluzione

Cosa resterà dopo il Coronavirus?

Adesso, lo sconcerto e la paura, ovunque nel Globo si uniscono contro l’invisibile alieno. I popoli, chiusi nelle loro case attendono; coscienti che questa rivoluzione è solo il primo atto di una grande revisione del nostro abituale stile di vita.

Oggi si lotta e si spera in un calo della curva infettiva, consapevoli che all’avvento di un momento migliore, torneremo a muoverci, ma in una nuova forma di normalità, ben lontana da quella in cui siamo cresciuti fino a oggi.

Lo pensa la gente comune, lo conferma una ricerca pubblicata dalla MIT Technology Review, rivista della università di Boston, riportata da Milano Finanza.

È un primo saggio sui possibili scenari che ci aspettano quando le attuali misure restrittive verranno (forse) allentate, dopo una lotta al COVID-19 molto prolungata. Così stando l’orizzonte delle cose, molto di quanto finora risultava abituale, non tornerà più.

Ottimistiche ipotesi a breve scadenza

Il direttore del MIT, Gordon Lichfield, ha riportato come le misure intraprese dall’Italia, siano le uniche per contrastare la diffusione del virus, in attesa di un vaccino e nella speranza che intanto si sviluppi un’auspicata “immunità di gregge”, poiché COVID-19 non sparirà come è venuto.

Il testo riporta quel che ci appare ormai chiaro: per fermare il Coronavirus, dovremo cambiare quasi del tutto il nostro modello di vita, dal lavoro all’attività collettiva, dagli acquisti alla tutela della salute, dallo sport ai concerti, al tempo libero…

Il primo mutamento sarà nella “prossemica”; quell’insieme di gesti e di condotta nello spazio in cui si intrattengono i rapporti umani, fino a ieri di contatto e d’ora in poi stabiliti da un inevitabile, triste distanziamento sociale. Stare a 1 m di distanza sarà normale.

Ammesso che tali distanze fisiche siano efficaci, non è prevedibile quanto possano durare, perché non ci sono attendibili pronostici sul se e quando il virus sarà debellato o su un suo ripresentarsi con ciclicità. Di certo, una diffidenza all’approccio è già diventata parte della nostra nuova prossemica.

La visione inglese dell’Imperial College, ha ipotizzato una flessibilità delle restrizioni a seconda dei ricoveri in terapia intensiva, stabilendone la quantità “sostenibile”, e allentando o riattivando un distanziamento a “intermittenza” in base alla curva delle infezioni (soluzione azzardata).

Di certo muteranno movimenti e ruoli pubblici di tutte le persone che presentano sintomi influenzali, le attività quotidiane e lavorative verranno organizzate in tempi e spazi differenti, ma queste ipotesi restano tali e ottimistiche, senza un duraturo calo dell’epidemia. Baciarsi e abbracciarsi sarà un lusso per pochi?

Il Coronavirus ha dichiarato guerra al mondo.

È la prima volta che il genere umano è di fronte a un tale invasore alieno, sempre immaginato con un altro aspetto. Per reagire occorre un compattarsi di tutti gli Stati, per una volta riuniti in concerto, magari sotto la bandiera dell’Onu. Una reazione suddivisa tra le nazioni è campanilismo di bandiera, una risposta che indebolisce, eppure è il rischio a cui ci stiamo esponendo. Così facendo il virus rischia di sconfiggere l’intera umanità?

Ampliando la previsione sulla reminiscenza de “Il medioevo prossimo venturo”, la recessione globale e un’ardua ripresa verso una basilare normalità, potrebbero innescare una catena di effetti che porterebbe al collasso dell’intero sistema sociale, economico e produttivo, su cui si poggia l’umanità e la sua complessa, quanto fragile economia di mercato.

Al momento, le reazioni allo stop produttivo stanno vomitando miliardi in ammortizzatori sociali e aumenta il debito degli Stati che stanno stampando carta moneta. L’Unione europea vacilla, il patto di Schengen anche. L’emissione di Eurobond consentirebbe agli Stati della gracile UE di affrontare la situazione con coesione, ma occorre trasferire nuove competenze all’Europa che non reagisce compatta; gli Stati più colpiti, spingono per una soluzione unitaria, dal Nord si oppongono. Il futuro è nebuloso e incerto.

Un sedato isterismo economico corre su disdette e asserzioni che si accavallano tra USA ed Europa; un default bancario e una volatilità del potere d’acquisto d’ogni singolo cittadino appare come un tracollo del tutto possibile, e già vi sono segnali. Ma non esistono solo gli orizzonti economici.

Nessuno più canta dal balcone. I primi disordini

In Italia si vocifera di scioperi nevrotici destinati a frenare il paese. Ma cosa accadrebbe con un blocco di tutti i lavoratori, compresi quelli delle centrali elettriche? Dei termo valorizzatori? Già stazioni ed aeroporti sono vuoti.

Se l’effetto domino dovesse colpire la filiera dei generi alimentari, sarebbe rivoluzione popolare. Già sta accadendo; il denaro sta mancando nei nuclei a basso reddito e ai neo disoccupati.

Il Papa ci richiama alla fede, coda al benzinaio, muoiono i più deboli, i medici, nessuno canta più “Fratelli d’Italia”, primi disordini a Napoli. Il futuro è una zappa?

Un futuro incerto, ci adatteremo?

Come minimo, ci aspettano mutamenti dai quali non si tornerà più indietro e una lunga “stagione di adattamento”. Cambierà ogni tipo di lavoro e di istruzione, come i modelli della socialità e dei viaggi, si consumerà di più da filiere locali. Si tornerà a ristrette collettività, autodifese, autosufficienti e legate alla campagna?

La speranza è che tali previsioni possano essere smentite e si auspica che, con l’affievolirsi dell’emergenza, questa crisi mondiale sia poi vista dai governi come un’opportunità per risolvere i megaproblemi reali, che non sono l’economia di mercato e l’andamento delle borse, quanto le disparità sociali e il riscaldamento climatico.

E che l’uomo abbandoni l’individualismo a cui si era venduto in cambio di profumi e balocchi, riscoprendo una spiritualità e un umanesimo nuovi.

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