Reg. Stampa num.22 del Tribunale Ordinario di Torino - 11 Marzo 2011

redazione@civico20news.it

Terza Pagina

La peste nera del 1347 e la peste detta manzoniana del 1600

La pandemia nei piccoli borghi rurali

30 Marzo
11:30 2020

Ho letto con molto interesse su civico 20 news la cronistoria della pandemia, detta la peste nera, scoppiata nel mondo nell’anno 1347. La relazione sull’evento, elaborata dal nostro collaboratore  Paolo Balocco, è molto esauriente e racconta l’evoluzione e la diffusione di quella terribile malattia che in quegli anni portò alla morte 25 milioni di persone.

Un terzo della popolazione europea del tempo.

La peste nera non è stata purtroppo l’unica tragica affezione che ha colpito nello scorrere dei secoli i nostri antenati.

Un’altra grave epidemia, sempre portata dalla Pasteurella (o Yersinia pestis), si è abbattuta sulle nostre contrade  qualche secolo dopo, intorno al  1630. Ne scrive ancora, in un altro articolo, Paolo Balocco, ricordando l’abnegazione ed il comportamento eroico di due cittadini di Torino nel corso di quella calamità. La nostra città contava allora venticinquemila abitanti e le persone decedute furono ben ottomila.

Mi è rimasta però la curiosità di sapere con quale incidenza e con quali effetti, l’epidemia del 1600 abbia avuto a livello dei piccoli borghi rurali, ed una risposta sono riuscito a desumerla dal contesto di un prezioso (per me preziosissimo) volume dato alle stampe dal prof. Agostino Revigliono alcuni anni or sono.

Il libro, che porta il titolo “Storia di una gente senza storia. La gent d’Burgre”, racconta la storia degli abitanti di Borgomasino, un paese di settecento anime del contado canavesano, di fronte all’imperversare del morbo.

In quel tempo le regole dell’igiene erano ignote, molte case avevano ancora i tetti di legno coperti di  paglia, l’acqua per la preparazione dei cibi veniva attinta da pozzi spesso inquinati.

“La peste, scrive il Revigliono, è la più paurosa di ogni altra calamità, perché non sorprende all’improvviso ma si avvicina progressivamente; è più crudele della guerra perché uccide dopo lenta e lucida agonia, senza risparmiare bambini, donne e vecchi.”

“Dal vicino vercellese -prosegue- giungono notizie allarmanti, che informano dell’occupazione di Trino da parte di truppe spagnole.

Si può pertanto ipotizzare nella assoluta mancanza di fonti documentali, che il veicolo del contagio sia stato un manipolo di soldati spintosi nel paese canavesano a scopo esplorativo.”

“Nel mese di maggio 1614 comincia a serpeggiare tra la gente la preoccupazione per la morte sospetta di tre persone. Poi più nulla nei mesi di giugno e luglio, quasi una tregua della mala sorte per consentire la mietitura del grano. La cronaca del terrore che il “liber mortuorum” documenta con la sua incalzante annotazione di nomi, comincia il primo di agosto. Cinque sono i decessi in agosto, nove in settembre, sei in ottobre ed ancora sei in novembre: è la peste.

Nei mesi invernali l’epidemia subisce una flessione, mantenendo poi una propagazione strisciante durante l’anno successivo.

Un nuovo forte aumento del contagio si verifica a partire dal novembre 1615, con durata sino all’aprile 1616 e con leggera flessione nei mesi che seguirono. Ma li primo dicembre 1616 il funesto successo della peste si fa strage, che dall’Aprile al luglio 1617 colpisce a giorni alterni.

Quali siano state le sensazioni, le sofferenze ed il tormento della gente è difficile definirlo: il terrore si propaga, conclude il prof Revigliono, e si diffonde con la stessa rapidità della peste, portando alla disperazione collettiva ed a cercare rifugio nella fede”.

Sensazioni, sofferenze e tormento che si si riproducono anche oggi davanti all’aggressione del  virus cinese. E che, a distanza di cinque secoli, vedono nell’isolamento delle persone e nella vita in clausura, proprio come nel 1600, il rimedio più affidabile per contenere la diffusione del morbo e neutralizzarne gli effetti devastanti. A differenza di allora è meno comune il rifugio nella fede. Solo qualcuno particolarmente devoto crede di intravedere in una nuvola che aleggia nel cielo di Roma l’immagine della Madonna.

 

 

Condividi l'articolo

Autore dell'articolo

Commenti all'articolo