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Di tutto un po'

L'Archeologia Industriale e l'Economia della Cultura ovvero dalla valorizzazione al turismo

Di Marco Montesso (Prima Parte)

20 Maggio
10:00 2020

Questo articolo ha lo scopo di fornire spunti di riflessione, unitamente ad informazioni di approfondimento, per definire in modo più esaustivo possibile l’Archeologia Industriale (A. I.).

Perché nel titolo si è accostata l’A.I. all’Economia della Cultura (E.C.)?

La risposta la si trova pensando all’attuale sentimento comune della comunità civile. Comunità che ha istintivamente introitato, ormai da decenni, il convincimento che il rispetto e la conseguente tutela e valorizzazione del patrimonio culturale storico in ogni sua accezione, e quello industriale in particolare, costituisca una risorsa strategica.

Sia per la qualità di vita che per lo sviluppo sostenibile o per la promozione dei territori e per il turismo di mirato, ma anche per le imprese che ne hanno ereditato la tradizione e via discorrendo. Tra parentesi, purtroppo, si deve ammettere che non sempre le istituzioni pubbliche o gli enti privati preposti siano stati o siano all’altezza del loro ruolo. Ma si deve confidare in sviluppi che si rivelino via via più positivi, poiché la sensibilità della gente ha in ogni modo già innescati processi in tal guisa e attraverso petizioni singole, associazioni, class actions, educazione mirata, ecc. riesce a perorare cause concrete.

Facendo un po’ di storia, in primis ciò accadde in Gran Bretagna, come è ormai noto, da sempre culla e guida in questi campi, con la creazione della terminologia ad hoc, Industrial Heritage, Cultural Heritage Management, Cultural Heritage Management and Tourism, Route of Industrial Heritage, ecc. I britannici hanno sviluppato in contemporanea al loro sentimento molto condiviso, in materia, tutta una serie di associazioni, centri studi e enti che potessero supportarlo concretamente. Il loro proverbiale spirito intraprendente e mirato al mercantilismo poi ha potuto esprimersi al meglio, ancora una volta.

A tal proposito si cita tra le varie, ubi major minor cessat, per l’A. I., l’AIA, (The Association for Industrial Archaeology che vede come Presidente Onorario la Prof. Marilyn Palmer, Emerita dell’Universita’ di Leicester e docente della prima cattedra al mondo in materia e coautrice di Industrial Archaeology. A Handbook, anch’esso una primizia e successo mondiale), che è parte di peso del, citato infra, TICCIH, The International Commitee for the Conservation of the Industrial Heritage. Per inciso, si cita un altro importante sito da consultare navigando in web, quello di ACEI, Association for Cultural Economics International.

Il coinvolgimento dell’UNESCO, organizzazione delle Nazioni Unite dedicata al rispetto e alla valorizzazione dei Beni Culturali e Ambientali del Pianeta, che periodicamente seleziona i commendevoli per l’Umanità inserendoli nella sua prestigiosa List, (per la cronaca l’Italia guida la classifica avendone ben 50; l’ultimo entrato è dell’estate 2014, si tratta del comprensorio eno gastronomico e paesaggistico di Langhe, Roero e Monferrato in Piemonte), è stato inevitabile ed ha portato i suoi frutti.

Molti, infatti, sono gli stabilimenti industriali, ponti, miniere et similia d’Inghilterra, Galles, Scozia, Irlanda del Nord, che fan parte dell’UNESCO Worldwide Heritage List. Si rimanda al suo sito in Rete per averne l’elenco completo.

Volendo ora avere la definizione di Economia della Cultura, non si può disattendere quella, recente, che autorevolmente forniva nel 2012 l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana nel suo Lessico del XXI Secolo: “Branca della scienza economica che prende in esame un vasto insieme di fattori e attività. Comprende, oltre alle industrie culturali tradizionalmente intese in senso stretto - come il cinema, la musica o l’editoria -, i comparti creativi (moda, design), quello dei media (stampa, radio e televisione), il turismo culturale e l’ambito delle cosiddette performing arts (spettacoli dal vivo, musica e arti visive). Vanno inoltre aggiunte tutte quelle attività pubbliche e di servizio che si legano alla gestione del patrimonio artistico e culturale (musei, siti archeologici, biblioteche e archivi, tutela dei monumenti)”.

Anche in questo campo dello scibile umano, informa il Lessico, l’arrivo delle nuove tecnologie informatiche e comunicative han prodotto un effetto di moltiplicazione dei legami tra cultura, creatività ed innovazione.

Grazie a ciò, con il suo “smaterializzarsi” la cultura è diventata attività pubblica e di servizio che si collegano intimamente con la gestione del patrimonio artistico e culturale tout court.

Un Maestro italiano della materia, il compianto Walter Santagata, che divenne Professore Ordinario della prima cattedra nel Paese in Economia della Cultura, presso l’Università di Torino, dopo un trascorso di studioso accademico di Economia Pubblica, tra i fondatori dell’omonima rivista de Il Mulino, nonché consulente per enti vari d’alto livello, nei suoi vari ed illuminanti scritti, (oltre a quelli preparati ad usum studentii, tra gli altri, a sua cura, Economia dell’arte, Torino, 1998; Contingent valutation of a cultural public...., in collaborazione con G. Signorello, su Journal of Cultural Economics, 2000; Cultural Districts, property rights and sustainable economic growth, su International journal of urban and regional research, 2002; ecc.), teorizzava che se l’E. C. non esistesse la si dovrebbe inventare.

Ciò perché, in un mondo come l’attuale, sempre più sensibile a quello che rappresenta e che è foriera di interessi, le cui ricadute, anche finanziarie, sono e saranno sempre di più apportatrici di benessere, non solo spirituale ma anche economico.

Egli condivideva il punto di vista dell’E.C. così come è internazionalmente recepito circa i “beni” dell’A.I., (si vedano, a titolo esplicativo, sul web tra le moltitudini ad hoc, www.europart.europa.eu; www.hal.archives-ouvertes.fr; www.tandfonline.com su A Framework for Sustainable Heritage Management: A Study of UK... ; www.industrialheritagesupport.files.wordpresses.com; www.fupress.net per Lights and shadows on the management of the dismessed industrial areas; www.histoire-cnrs.revues.org sito scientifico francese sui cinquant’anni della salvaguardia del patrimonio industriale in G. B.; www.assembly.coe.int sul dibattito istituzionale parlamentare in materia; ecc., ecc. ).

Santagata spiegava, quindi, che si debbano considerare le politiche culturali statuali, sovranazionali, globalmente riconosciute nel Mondo, ben sapendo che spesso son applicate localmente in modo differenziato.

Marco Montesso – montesso.marco@icloud.com

(Fine della Prima Parte - Continua)

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