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L’uomo, i misteri e l’ignoto

Rapporti tra esseri umani e il fare.

Perennemente in tensione tra parossismo e ignavia.

22 Maggio
11:00 2020

INTRODUZIONE

 

In ogni cosa che l’essere umano desidera, pensa e fa, non vi è per lui quasi nessuna possibilità di fare una scelta cosciente. Infatti l’azione svolta nel suo intero sistema dalle peculiari funzioni, disgiunte o combinate, dei due programmi, automatico e cosciente, dai quali dipende, è quasi del tutto sotto il controllo del primo.

 

Esso funziona continuamente elaborando ad altissima velocità gli impulsi che riceve, rinviandoli poi al nostro sistema per metterlo in azione mentre siamo svegli o dormiamo.

 

Diversi milioni di segnali al secondo informano la struttura operativa del nostro sistema che potremo paragonare ad un enorme e potentissimo treno con centinaia di migliaia di vagoni dentro i quali milioni di milioni di passeggeri, specializzati in ogni tipo di attività, lavorano mentre viaggiano, percorrendo una sconfinata rete di binari che collegano fra loro tutte le parti dell’universo, partecipando, del tutto inconsciamente, alla sua espansione.

 

In sintesi il sistema automatico governa il 98% circa di ciò che pensiamo e facciamo ogni giorno sotto forma di quelle azioni ripetitive che chiamiamo abitudini, guidandoci come animali ammaestrati, mentre solo il 2% circa è diretto dall’osservazione cosciente, quando essa risulti attiva.

 

Il nostro sistema cosciente, invece, funziona a bassissima velocità e in modo discontinuo anche quando siamo svegli. Sono poche decine di segnali al secondo, ma, e questa è una cosa importantissima, esso rappresenta il sistema di scambi, manovrando il quale si può far prendere la direzione voluta al treno e, di conseguenza, ai suoi passeggeri. Ed è così che il loro lavoro può essere condotto in un’altra direzione per un altro fine.

 

Nel caso in cui l’agire umano sia quasi del tutto sotto il controllo del programma automatico, il suo modo di comportarsi sarà, nel migliore dei casi, simile ad un animale più o meno civilizzato, mentre nel peggiore dei casi, a causa di interferenze, non comprese, del secondo programma, potrà degenerare sotto tale livello (vedremo a breve cosa questo comporti praticamente).

 

Peraltro non è possibile, in questo mondo neppure ancora del tutto tridimensionale, che il programma cosciente possa agire in modo esclusivo in un qualsiasi essere umano, quindi si può facilmente intuire quali ne siano le conseguenze.

 

L’essere in questione sarà quasi del tutto incoerente verso entrambi i programmi, evidenziando questo stato distorto nei suoi comportamenti.

 

Per terminare questa lunga premessa, che farà anche da cappello all’articolo seguente così come lo ha fatto per i precedenti, è doveroso ricordare che non è possibile passare volontariamente e stabilmente sotto il programma operativo cosciente, in modo prevalente, se non attraverso un adeguato processo di preparazione e trasformazione dell’intero sistema umano.

 

Ma questo è argomento che non tratteremo in questo frangente.

 

Alla luce di quanto esposto passiamo quindi a riflettere sui …

 

RAPPORTI CON IL FARE

Fare o non fare: questo è il dilemma amletico dietro il quale si cela il gioco degli opposti di questo mondo.

 

Se faccio sbaglio, se non faccio poi me ne pento.

C’è una soluzione che metta d’accordo gli opposti?

Proviamo ad approfondire l’argomento.

 

Ogni azione che facciamo è il risultato finale di un processo realizzativo che si è innescato a partire dal piano dei desideri, pensieri e energia.

 

Come mai allora può nascere questo dubbio finale prima di passare all’azione?

 

Ovviamente perché, non essendo sicuri del buon esito delle cose, in quanto nessuno può vedere il futuro, e temendone conseguenze infauste, si cerca, fino all’ultimo momento, di fronteggiare la paura che ne deriva facendo un esame finale degli scenari possibili onde scartare quelli evidentemente da evitare.

 

Diventa anche una questione di immagine, strettamente legata alla paura di perdere la faccia, specialmente per coloro che fanno le cose solo per apparire, per mettersi in mostra. Allora diventa essenziale che il gioco valga la candela e non comporti rischi.

 

Questo comportamento si può trovare anche in chi meno te lo aspetti, perfino in chi si dona in modo volontario e totale ad attività benefiche o addirittura spirituali.

 

Chi si trova in tale situazione, pur di poter apparire, si sforza in ogni modo e mette tutte le sue forze per conseguire l’obiettivo; ma se qualcosa non funziona, se non viene gratificato o se viene ostacolato, se la prende con tutto il mondo e si sente improvvisamente svuotato di energia.

 

Infatti fa tutto per poter ricevere dagli altri lode e applausi.

 

Si crede virtuoso, ma agisce per farsi vedere, per l’immagine; anziché vivere la vita, la recita. Fa dipendere il senso della propria vita, e la riuscita delle proprie azioni, dal consenso e dall’applauso altrui, da cosa pensa o dice la gente di lui.

 

Molti di noi esprimono tale comportamento.

 

Crediamo che gli altri ci valutino per quello che facciamo, dunque ci si comporta di conseguenza esigendo che gli altri ci riconoscano i meriti che pensiamo di avere.

 

Così la volontà viene utilizzata in modo perverso in una sorta di prostituzione delle nostre capacità. Per compiacere gli altri si giunge a fare di tutto, anche a lavorare come schiavi.

 

Ciò porta a conseguenze disastrose: quando si cerca la gratificazione altrui, ci si costruisce la condizione di una caduta vertiginosa nel momento in cui gli sforzi, che si sono sempre fatti per mantenere in piedi la propria immagine, non possono più essere sostenuti e quanto più grande è stata la crescita di immagine tanto più brutale sarà la caduta.

 

Possiamo trovare questo comportamento in tutte quelle persone che scambiano un ruolo per la realtà, che fanno dipendere la propria reputazione dalla loro esibizione, e non da come sono davvero.

 

Alla fine non riusciranno più a staccarsi dal volto la maschera che hanno portato così a lungo per coprire le proprie debolezze, e saranno proprio quelle debolezze nascoste a essere diventate così forti da imporsi all’attenzione attraverso patologie visibili a dispetto della maschera dietro la quale sono state celate a lungo.

 

Per chi o per che cosa faccio questo?

 

Questa domanda pone di fronte alla realtà immediatamente.

 

Dalle risposte si può capire la ragione del nostro agire e prendere decisioni in merito.

 

Tuttavia non si può nascondere che non ci sono solo possibilità negative nell’agire; vi sono naturalmente anche aspetti ben diversi, che pur potendo essere interpretati allo stesso modo in quanto ciò che si vede avvenire sono fatti simili, sono invece frutto di una diversa intenzione e di un molto diverso senso di compartecipazione compassionevole.

 

Avviene specialmente nei casi in cui siamo chiamati esplicitamente a dare aiuto o contribuire ad una evidente necessità di azione immediata, anche quando ciò si scontra con i nostri principi e inclinazioni.

 

Non si può lasciare morire una persona anche se è un assassino, solo perché nella sua vita ha violato ciò che per noi è un diritto inalienabile della vita, un principio che afferma che nessuno può togliere la vita ad un altro (qualche volta anche quando lo chiede direttamente per sue esigenze di dignità, forse anche legittime).

 

In questi casi gioca un ruolo fondamentale la maturità della coscienza e la capacità di assumersi la responsabilità del proprio operato, anche quando è una conseguenza di forza maggiore, senza cercare di scaricarla su altri, senza temere le critiche, le accuse, e il prezzo che ci sarà da pagare per aver agito coerentemente con quanto richiesto.

 

È un comportamento che compete allo stato adulto di un essere umano, assai difficile da adottare e da trovare nella nostra società basata sullo scaricabarile infinito, nell’insabbiamento sistematico delle relazioni causa-effetto, della mancanza di trasparenza, in cui ognuno sente di poter agire impunito anche nel caso di una evidente responsabilità per averlo fatto volutamente da malvivente.

 

Un comportamento adulto, maturo, che richiede a tutti coloro che si sentono spinti a giudicare chiunque per qualunque motivo, di ricordarsi quale sia il prerequisito, per chi lo può o vuole fare, racchiuso nelle parole: “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

 

E a chi, convinto di essere senza peccato, insiste in tale comportamento, un ulteriore sforzo di memoria per non dimenticare cosa significhi “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”.

 

Senza dimenticare che anche “sbagliando s’impara”, o, meglio ancora “s’impara facendo”.

 

L’esperienza insegna.

 

schema e testo

pietro cartella

 

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