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Cronaca Nazionale

San Giovanni Paolo II testimone della speranza - Sesta Parte: "Quante divisioni ha il Papa"

Domenico Bonvegna per Civico20News

27 Maggio
09:30 2020

Il viaggio del Papa in Polonia ha cambiato tutti gli assetti geopolitici non solo in Polonia ma dell’intera Europa dell’est.

Per quanto riguarda il paese polacco, prima era chiaro chi fossero “loro”, i piccoli burocrati di partito, i picchiatori dell’SB, non era chiaro chi fossero i “noi”.

L’esperienza del pellegrinaggio papale aveva fornito a dieci milioni di polacchi la risposta: “’Noi’ siamo la società , il paese è nostro; loro sono soltanto un’incrostazione (…)” Karol Wojtyla ha ridato dignità individuale e autorità ai suoi conterranei. “Giovanni Paolo II aveva vinto una grande battaglia, - scrive George Weigel nel suo voluminoso “Testimone della speranza”- aveva segnato un punto di non ritorno”.

 Si era diffusa la percezione che “il fondamento di qualsiasi sfida dei ‘noi’ contro ‘loro’ doveva essere il rinnovamento morale”. Il popolo polacco intanto ha dato una grande “lezione di dignità”, mentre il governo polacco, tirò un sospiro di sollievo quando finalmente Giovanni Paolo II se ne andò, ma “i buoi come aveva detto in un’altra occasione il Papa, erano già usciti dalla stalla”.
In pratica Giovanni Paolo II in quei nove giorni di pellegrinaggio ha gettato le basi per la rivoluzione sociale e politica della Polonia. Dopo 448 giorni era scoppiata la rivoluzione dello spirito. “Nei cantieri navali Lenin di Danzica un ex elettricista disoccupato, Lech Walesa, firmò un accordo con una grossa stilografica che aveva sul cappuccio l’immagine sorridente del Papa, un souvenir del pellegrinaggio del 1979. Con quel documento il governo comunista polacco riconosceva la legalità del primo sindacato indipendente e autonomo del mondo comunista: si chiamava Solidarnocs ossia ‘Solidarietà’”.

  Wojtyla aveva liberato il suo popolo dalla schiavitù, aprendo la strada a un grande movimento non violento, di autodifesa sociale. Secondo il filosofo Jozef Tischner , amico del papa, Solidarnocs al momento della fondazione, era “una grande foresta piantata dalle coscienze risvegliate”. I semi di quel risveglio etico individuale li avevano gettati i genitori, i catechisti e il clero in circostanze difficili”. Certamente “gli scioperanti di Danzica- per Mieczyslaw Malinski – erano i bambini ai quali un tempo Wojtyla, insieme a tanti sacerdoti polacchi, aveva impartito la prima istruzione religiosa e morale in gelide chiese durante la Grande novena del cardinale Wyszynski”.

Quello di Solidarnocs fu un movimento sociale non violento,“nei suoi sedici mesi di libertà,- scrive Weigel - la rivoluzione della Solidarietà, unica fra tutte le rivoluzioni moderne, non provocò neppure una vittima”.

E questo accade non per una scelta tattica, ma per una questione di principio. Per Weigel, “la rivoluzione ispirata da Giovanni Paolo II invertì il modello sanguinario che si era affermato nella politica europea dal 1789 e aveva seminato infinite angosce fra i popoli d’Europa”. Così si stava avverando quello che il grande oppositore del comunismo Aleksandr Solzenicyn, aveva sempre sostenuto: una volta che il mondo comunista si liberava dalla cultura della menzogna, sarebbe crollata anche la violenza.

Così Giovanni Paolo II, “dissipando la menzogna, creò le condizioni perché si verificasse qualcosa che non aveva precedenti nell’Europa centrale del dopoguerra(…)”
Grazie al pontefice polacco, “i popoli accedono alla pace a all’ordine sociale, nella giustizia e nel rispetto di ogni uomo”, scrive Vircondelet. Giovanni Paolo II diventa il Papa dei diritti umani, fondamentale il suo discorso davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. “La politica, affermò il Papa, aveva a che fare con gli esseri umani. Era il loro benessere, e solo il loro benessere, la ragione dell’esistenza di una politica ‘nazionale o internazionale’, perché qualsiasi politica legittima ‘viene sempre dall’uomo, si esercita mediante l’uomo ed è per l’uomo’”. Qui il papa fa riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, “una vera pietra miliare sulla via del progresso morale dell’umanità”.

Il discorso di Giovanni Paolo II all’Onu fu un evento storico sotto vari aspetti. “Conteneva una diagnosi estremamente lucida della crisi della tarda modernità, che andava ben oltre i conflitti fra Est e Ovest, fra capitalismo e socialismo, fra ricchi e poveri. Era una crisi che toccava l’anima stessa dell’umanità e il cuore della lotta era spirituale e morale”. Pertanto continua Weigel, “senza mai nominare né il comunismo né il marxismo-leninismo, il discorso costituiva una sfida aperta al sistema sovietico, e così l’intesero i russi”. E di questo i rappresentanti dell’Est Europa erano spaventati.

Ma il papa in quel discorso “contestava anche la concezione politica come mera tecnica, una concezione che aveva influenti sostenitori in Occidente”.
Da questo momento la Chiesa è in prima linea nella difesa dei diritti umani. In quel discorso il papa metteva in discussione anche il pacifismo convenzionale. “Vi si affermava che la pace non dipendeva soltanto dalla riduzione degli armamenti, pur auspicabile, né da comportamenti individuali pacifici e caritatevoli. La pace - secondo Wojtyla- era piuttosto il risultato di un impegno morale a rispettare la libertà dell’uomo, creando strutture politiche giuste, sia nazionali che internazionali”.
A questo punto secondo Alain Vircondelet, che ha scritto una biografia abbastanza completa su Giovanni Paolo II (Lindau, 2005), il Papa diventa ingombrante, il suo modo di occupare i media, “il suo dinamismo preoccupano sempre più Mosca”. Il Papa polacco è la star del momento, “appare sempre più come un leader mondiale al di sopra delle parti, la cui autorità spirituale fa impallidire di gelosia e rabbia tutti i capi di stato”. Così Giovanni Paolo II diventa l’uomo da eliminare. “(…) è diventato un simbolo ingombrante per tutti i poteri politici e ogni suo atto è spesso percepito come una provocazione nei confronti del mondo del denaro, della guerra e dell’egoismo”.

 Si giunge al fatidico 13 maggio 1981, quando alle ore 17,07 in piazza S. Pietro il killer turco Ali Agca spara al pontefice. Ancora oggi non si ha, secondo Marco Invernizzi, che ha scritto recentemente un pamphlet su San Giovanni Paolo II, consapevolezza dell’estrema gravità dell’attentato al Papa. Certamente è stato un gesto che non era mai successo in tutta la storia della Chiesa.
La prima considerazione che si è fatta è che il grave attentato si compie il giorno dell’anniversario dell’apparizione della Madonna a Fatima ai tre pastorelli portoghesi, il 13 maggio 1917. “Come non prestare attenzione e fede a quei segni tangibili della presenza di Dio?” Wojtyla appena riprese conoscenza, il suo pensiero si rivolse al santuario di Fatima e viene a conoscenza del testo esatto del “Terzo segreto” di Fatima. “Era stata una mano materna a guidare la traiettoria della pallottola”. Dopo questo attentato, “nulla sarà come prima”.

 Presto gli investigatori parlarono di “pista bulgara”, peraltro il Papa non mostrò mai interesse per chiarire la vicenda dell’attentato, lo scrive Andrea Riccardi nella sua biografia su Giovanni Paolo II. (San Paolo, 2010) “Nel 2005 colloca l’evento in uno scenario: l’attentato è una delle ultime ‘convulsioni’ dei totalitarismi novecenteschi. Il papa allude al comunismo, anche se vede l’evento concatenato alla ‘prepotenza’ di tutti i totalitarismi del XX secolo”. Tuttavia per il massimo collaboratore del papa, monsignor Stanislao Dziwisz, tutto conduceva al KGB come principale organizzatore dell’attentato.

 

Domenico Bonvegna

 

 

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