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Di tutto un po'

A Torre: l段ncantesimo della fata Morgana

Torre del Mare raccontata dalla scrittrice milanese Patrizia Lotti

31 Maggio
10:30 2020

In questo articolo di Patrizia Lotti ritroviamo i ricordi dell'adolescenza, e per taluni dell'infanzia, strettamente ancorati a un frammento della Liguria di Ponente.

Torre del Mare e la sua Isola fanno parte del Comune di Bergeggi, ma costituiscono un'entità separata e indipendente dal resto delle località site nel savonese. Un racconto fatto di emozioni scaturite da indimenticabili ricordi, una collezione policroma di immagini, profumi, gusti e suoni che fanno parte di vissuti personali impossibile da scordare.

 

A Torre: l’incantesimo della fata Morgana

di Patrizia Lotti

Durante questa lunghissima e inaspettata permanenza qui a Torre del Mare, da qualche tempo non più costretta a casa dalle severe (e giuste) limitazioni imposte dal Covid19, cammino per le strade di una Torre vuota e silenziosa che mi permette di scoprire, o riscoprire, particolari di un mondo che pure conosco bene e che assumono oggi significati e aspetti diversi.

Per esempio: i nomi delle vie. Quando sono arrivata qui, nel lontano ’62, le vie non avevano nome e per parecchi anni noi torremarini abbiamo continuato a ricevere lettere (e quante lettere si scambiavano gli adolescenti di allora!) dove l’indirizzo era composto solo dal nome del destinatario, quello della casa e la dicitura Torre del Mare, Bergeggi. Al massimo, per chi abitava ai palazzi, c’era l’indicazione Palazzo A, B, C o D e il numero dell’interno.

Quanto era più romantica una busta su cui era scritto il proprio nome seguito da quello della propria casa (La Guardiana, La Rotonda, Villa Adriana …) e la bella conclusione Torre del Mare, Bergeggi, rispetto a quelle che riceviamo oggi: via Torre d’Ere, per esempio, quattro o sette o cinque o quel che è. Ma va bene così: tanto oggi si riceve solo materiale pubblicitario o qualche inconfondibile busta che preannuncia multe di qualche sorta.

Tutto meno romantico ma pratico e inevitabile, perché, se fino agli anni ’80 quando, dalla terrazza, vedevo passare un’auto sotto La Tanzina ( che continuo a chiamare così, anche se i Tanzi non ci abitano più da una vita) sapevo esattamente di chi si trattasse. Ci si conosceva tutti: un Maggiolone grigio metallizzato, per esempio, con una fascia arancione sullo spoiler anteriore che per la verità lo rendeva riconoscibile anche a Milano, se ti capitava di incrociarlo, era senza dubbio Luigi, il Ghezzone. Decisamente oggi le cose sono cambiate, inevitabilmente.

Comunque è stato proprio a lui che ho pensato l’altro giorno, mentre salivo verso la Torre, un tempo solo il nome della torre saracena da cui Torre prende il suo nome, ormai da una vita anche il nome con cui tutti chiamiamo il grande ed originale condominio sorto in cima alla collina. Un tempo parrucchiere e macellaio, un ottimo ristorante, un bar storico, l’unico mai esistito a Torre, e altre attività rendevano i suoi lunghi corridoi e il giardino interno, su cui si affaccia la torre saracena, vivi e frequentati da tutti. Anche qui oggi le cose sono cambiate, inevitabilmente.

All’inizio dell’ultimo tornante prima della cima, la strada ti offre due opportunità: puoi continuare a salire oppure puoi percorrere la strada che si apre dritta davanti a te, quella che porta nella parte più vecchia di Torre, rivolta verso Bergeggi, dove le ville di Galvagni la fanno da padrone. Una zona che sinceramente non ho mai frequentato molto, eccezion fatta per una casa in particolare: quella della famiglia Ghezzi.

Una delle prime case costruite a Torre e vissuta a lungo dal mio amico Luigi.  Sul muretto a fianco del cancello c’era, fin da quando ero bambina, una piastrella di ceramica con un’incisione “Villa Morgana”, il nome di una fata, di un’illusione ottica, ma anche della mamma di Luigi. Sullo sfondo, una tavolozza con i pennelli (oltre che ottimo restauratore, Luigi è anche un pittore), sotto, il cognome, Ghezzi.

C’era e c’è ancora; la casa è stata venduta, come è successo a molte altre, tanto tempo fa, sul citofono c’è il nome dei nuovi proprietari, ma la bella mattonella di ceramica è ancora lì. Non conosco i nuovi proprietari, non so perché abbiano deciso di non cambiare il nome della casa e di lasciare il nome della mamma di Luigi e il suo cognome; banalmente, la ceramica è bella e forse l’apprezzano anche loro, oppure levarla avrebbe provocato più danni che altro, sono mille le ragioni che possono averli spinti a decidere in questo senso, ma a me piace pensare che l’abbiano fatto per rispetto di chi, quella casa, l’ha tanto amata. 

Quando penso a Torre, ho sempre l’impressione che si stenda sulle sue strade, sulla spiaggia e sulle case un incantesimo che rende Torre del Mare un mondo a parte, una dimensione di sicurezza e di continuità che per i torremarini veri non ha uguale. E’ l’incantesimo della fata Morgana: nel ciclo arturiano Morgana non è un personaggio simpatico, è gelosa di Artù, di Ginevra e di Merlino, ma la Morgana torremarina, fantasia nella fantasia, è la sua sorellina più piccola, dolce e amabile, strana amante britannica dell’isolotto di Bergeggi, del monte Mao, delle passeggiate alle Manie, colei che ha mantenuto nel tempo l’incantesimo dell’identità dei torremarini veri.

Quelli per cui la bella casa al quarto tornante della via Torre d’Ere (ma quanto mi costa chiamarla così! Per una vita ho detto al quarto tornante e basta!), sulla curva che sale verso la Torre e dove comincia quella che una volta chiamavamo la panoramica, oggi via dei Ginepri (sic!), è e sarà sempre casa Mercalli. Non me ne vogliano gli attuali proprietari, tra l’altro tali credo ormai da trent’anni, gentilissimi e sempre disponibili ad una chiacchierata o a dare una mano a chi ne ha bisogno, ma per me (e per molti altri, immagino) quella è e sarà sempre la curva Mercalli, celebre anche per le sbandate  dei primi motorini della fine degli anni ’60.

I primi motorini correvano anche altri rischi: il dottor Guerreri, il papà del mio caro amico Giancarlo, si divertiva, se qualcuno passava sotto casa sua mentre stava innaffiando le sue belle piante, a innaffiare a sua volta il malcapitato, reo di avere turbato il silenzio che allora regnava sovrano a Torre.

Insomma, per noi torremarini veri, anche se le case cambiano proprietario, mantengono comunque la loro identità.

A Torre le case hanno un’anima, o almeno molte ce l’hanno, per tanti. Quando una casa che è appartenuta per anni ad una famiglia, dove noi torremarini veri abbiamo trascorso tante serate da ragazzi o pomeriggi da bambini, passa ad un altro proprietario, per noi manterrà sempre il nome con cui l’abbiamo chiamata per anni. E senza nessuna antipatia per chi l’abita adesso, per carità!

Può assumere un nuovo significato solo se magari i nostri figli o nipoti la frequenteranno e sarà bello per noi chiedere se c’è ancora quel tavolo, se sulla terrazza ci sono ancora le vasche con i gelsomini, com’è la piscina che un tempo non c’era e così via. Perché è la continuità immutata, come sempre, la magia di Torre, della fata Morgana: le lunghe estati passate insieme dai nostri figli e nipoti hanno cementato le loro unioni come ben poche altre cose avrebbero potuto fare: e volete dirmi che i muri che hanno ascoltato le voci di nonni, figli e nipoti, non hanno un‘anima e un nome? Ma dai!

Patrizia Lotti

 

Fotografie di Giancarlo Guerreri

 

 

  

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