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Cultura e Spettacolo

La “Torino noir” vista e narrata da Milo Julini

Ladri sfortunati

30 Gennaio
17:03 2014

Nel linguaggio ottocentesco dei cronisti della «Gazzetta Piemontese» sono definiti «sfortunati» i ladri che non riescono ad attuare il furto che intendono compiere.

Con una manciata di ritagli di questo giornale, provenienti dalle colonne dedicate alla Cronaca cittadina e alla Cronaca nera di Torino, ne vediamo alcuni esempi.

Un classico esempio di «Ladri sfortunati» è fornito domenica 2 ottobre, alle ore otto e mezza della sera, quando sconosciuti mariuoli tentano di penetrare nell’abitazione d’un inquilino di una casa di via Franco Bonelli n. 5, al primo piano: forzano l’uscio e riescono ad aprirlo ma, per fortuna, vi sono persone in casa che accorrono al rumore. I mariuoli devono allontanarsi a passo di corsa («Gazzetta Piemontese», 4 ottobre 1870).

Un altro ladro sfortunato è quello che tenta di rubare nella vetrina dell’oreficeria dei fratelli Trivero in via Bogino. Verso  le 7 e mezza della sera del 9 gennaio 1877, uno dei fratelli Trivero si accorge che qualcuno sta frugando nella vetrina ed esce quindi veloce per impedire di essere derubato. Vede una vetrina aperta ed un individuo che si allontana di corsa; Trivero si mette subito a gridare al ladro! Così lo sconosciuto, impaurito, lascia cadere quello che ha rubato e scompare correndo al galoppo. Aveva rubato tante catenelle d’argento per un valore complessivo di ottocento e più lire e Trivero riesce a recuperarle tutte («Gazzetta Piemontese», 10 gennaio 1877).

In certi casi, il cronista va addirittura a scomodare la storia romana: «Le oche salvarono il Campidoglio, secoli sono, dai Galli; ieri le anitre salvarono un pizzicagnolo dai ladri. Bestie benemerite!».

Questi ladri, rimasti ignoti, sono penetrati nella notte del 27 ottobre 1877, nella bottega del signor Pescarolo, all’angolo delle vie San Francesco da Paola e Des Ambrois.

I ladri hanno scassinato l’uscio e il rumore ha svegliato alcune anitre tenute nel negozio: questi  volatili «spaperaron tanto e così rumorosamente che i ladri, temendo d’esser sorpresi, scomparvero prima che l’esercente, destato dal chiasso, avesse avuto tempo d’infilar le brache e di presentarsi dinanzi a loro» («Gazzetta Piemontese», 28 ottobre 1877).

Sicuramente poco fortunato è il borseggiatore che, il 13 luglio 1877, tenta di borseggiare un impiegato della questura: questo «noto borsaiolo», T. D., ha la cattiva ispirazione di rubare l’orologio ad un commesso della Questura che sta per servizio nell’atrio dell’Ufficio Postale, oggi Palazzo Campana, in via Carlo Alberto 10, sede del Dipartimento di Matematica Giuseppe Peano dell’Università di Torino.

L’impiegato derubato dà l’allarme, insegue il ladro nella Galleria dell’Industria Subalpina dove, con l’aiuto di due poliziotti e di un carabiniere lo arresta («Gazzetta Piemontese», 14 luglio 1877).

Il fallimento del furto assume qualche volta aspetti veramente divertenti, se non per il ladro, almeno per gli spettatori e per i lettori del giornale, come nel caso del ladro che rivolge le sue attenzioni al carretto di una robusta lavandaia. Presso il teatrino di San Martiniano (in via San Francesco d’Assisi  angolo via Pietro Micca), il 27 dicembre 1875, è parcheggiato il carretto di una lavandaia, sul quale vi sono due ragazzini che aspettano la mamma che si è recata nella casa vicina a raccogliere gli involti di biancheria e di indumenti da lavare.

Un «furfantello» ha notato su quel carretto molti fagotti che potrebbero fargli comodo, ma non può rubarli perché i ragazzini si metterebbero a strillare: «Che fa il mariuolo?». Afferra una coperta e la getta sui ragazzini che si dimenano al buio improvviso senza capire cosa è successo. Il ladro ha appena afferrato l’involto più voluminoso quando arriva la lavandaia, un donnone tarchiato e robusto, che afferra al volo la situazione.

Senza una parola, la lavandaia agguanta il ladro e gli da «un tal carico di busse che per compassione la si dovette pregar di smettere». Poi, visto che non arriva nessun tutore dell’ordine, la lavandaia «regalò al furfante un ultimo e potente ricordo, mandandolo a farsi ammanettare altrove» («Gazzetta Piemontese», 29 dicembre 1875).

Siamo di fronte a una scenetta divertente, ad una trovata da film della “commedia all’italiana”.

Ma, anche se molto più di rado, il cronista mette in scena delle situazioni che evocano il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis. In questo caso il ladro, da sfortunato, diventa «disgraziato».

Il 30 aprile 1876, un giovane che passava, verso le undici del mattino, in via Botero adocchia un abito in esposizione fuori della bottega di un rigattiere. È un abito tutt’altro che nuovo, ma il giovane ritiene che sia adatto a lui, se ne impadronisce e se la dà a gambe.

Un passante che ha visto il colpo, avverte il rigattiere e questi corre tanto veloce da raggiungere il ladro e lo trascina all’Ufficio di Polizia Municipale. Di qui lo portano in questura, dove il ladruncolo dichiara di chiamarsi Vittorio Avidano, di non aver oltrepassati i quindici anni di età e di essere stato sbalestrato da Cuneo, dove è nato, a Lanzo e poi a Torino, di essere solo, abbandonato e senza fissa dimora. «Povero giovane!», commenta il cronista in conclusione («Gazzetta Piemontese», 1° maggio 1876).

Il cronista non è però tanto incline a concedere il suo compatimento ai giovani devianti, anche se sfortunati, e certe notizie compaiono sul giornale con un tono indicativo della visione prevalentemente repressiva con cui, all’epoca, si affronta la devianza e l’emarginazione.

«Tre malavviati», cioè tre precoci ladruncoli, il più vecchio di diciassette anni e gli altri due di quindici, il 28 novembre 1877, si sono introdotti usando dei grimaldelli nelle cantine del signor Valsania, proprietario di un Caffè in via Doragrossa (via Garibaldi), al n. 35.

Il portinaio, che li ha visti scendere le scale, chiude il cancello ed avverte il proprietario del Caffè che dà subito l’allarme. Accorrono tre soldati che arrestano «i bricconi» e li portano in Questura («Gazzetta Piemontese», 29 novembre 1877).

Questa chiave di lettura punitiva, condivisa anche oggi più di quanto non si creda, ci fa ricordare che siamo nella ricorrenza del bicentenario della nascita di San Giovanni Bosco, promotore di originali iniziative ecclesiastiche per affrontare la devianza giovanile: se la salvezza dell’anima era l’obiettivo finale, la formazione di “buoni cristiani ed onesti cittadini” era invece quello immediato, come Don Bosco era solito ripetere.

Sempre sfortunato ma, a suo modo, geniale è il ladro prestigiatore, anzi prestidigitatore.

È Carlo Faro, di sedici anni, che ha una grande vocazione per la prestidigitazione: per diventare maestro si esercita in vari caffè dove, per pagare una bibita, presenta dei biglietti di grosso taglio che gli ritornano poi in tasca insieme agli spiccioli del resto.

Al Caffè di Sardegna, Carlo Faro paga un conto di tre soldi (15 centesimi) con un biglietto da dieci lire e, grazie alla sua abilità, se ne va con 19,85 lire in tasca, cioè il resto più le sue dieci lire.

Vuole ripetere il giochetto nello stesso locale, paga un conto di tre soldi con un biglietto da una lira e si imbosca così una lira e 85 centesimi. Questa volta però i camerieri lo hanno riconosciuto, lo chiudono in un camerino e lo fanno arrestare dalla polizia («Gazzetta Piemontese», 18 ottobre 1875).

Concludiamo parlando di un ladro un po’ particolare, quello che più o meno negli stessi anni, Carolina Invernizio chiamava “I ladri dell’onore”. La scena si svolge lungo il torrente Dora, al lavatoio della regione Valdocco dove Giuseppa P. sta lavando alcuni panni.

Un «vecchione» (il cronista va a scomodare l’episodio biblico, narrato nel Libro di Daniele, di Susanna e i vecchioni), un «vecchione», dicevamo, comincia ad indirizzarle dei complimenti, poi degli sconci sarcasmi  e si prepara a «fare ancor di più». Giuseppa P., descritta come una donna non solo bella, ma onesta e robustissima, piglia lo sgabello che teneva sotto le ginocchia per lavare e lo lancia «nelle gambe a quel D. Giovanni di cattivo genere e lo mandò via col danno e le beffe» («Gazzetta Piemontese», 10 luglio 1870).

Nella Torino del 1870, lo spray al peperoncino non esiste ancora, Giuseppa ha dovuto arrangiarsi con lo sgabello!

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