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Economia e finanza

I numeri non danno la felicità

Spesso i numeri danno finte indicazioni di benessere

10 Novembre
09:15 2017

Nella società dell’informazione, l’importanza dei dati, e soprattutto della loro interpretazione, è fondamentale per comprendere qual è lo stato generale del nostro benessere.

Tra dato e informazione (ossia il significato del dato) c’è però spesso molta differenza, soprattutto se il dato viene fornito in maniera assoluta e non relativizzata.

La notizia è che l’occupazione è cresciuta ad esempio del 4%.  Quando, però, si comprende che il numero di occupati in più è quello con contratto a tempo determinato o a tutele crescenti rispetto ai contratti di tutt’altra sostanza cui erano abituate le generazioni precedenti, ecco che quel numero ci rende molto meno felici.

La notizia è che il PIL è aumentato anche grazie ai molti servizi forniti alle famiglie. Quando, però, ci si accorge che ciò è dovuto alle maggiori spese che i genitori devono sostenere per pagare quei servizi poiché ad esempio il nonno che potrebbe accudire i nipoti continua a lavorare sino a settant’anni, ecco che quel numero che aumenta il prodotto interno lordo non aggiunge nulla al benessere di quel paese.

Il dato è che gli introiti prodotti sul territorio di un paese sono aumentati anche grazie alle aziende straniere. Se, però, ragioniamo su dove siano andati quei redditi (ossia sui conti corrente all’estero e là spesi) ci rendiamo conto che il PIL è cresciuto senza necessariamente far crescere il reddito dei cittadini di quel paese.

La percentuale delle aziende che si occupa di sicurezza (guardie giurate, antifurti) per via dell’aumento della delinquenza, o di depuratori (acqua inquinata), o di consulenti alla persona (antistress, depressione, …) in altre parole tutto quel comparto di beni e servizi la cui funzione è solo quella di difenderci da problemi nuovi, si rivela essere un comparto che dà lavoro e ricchezza, ma di cui in realtà avremmo fatto anche a meno se la società stessa non avesse contribuito a creare quei problemi.

Gli stessi processi di produzione consumano talvolta risorse (alberi, petrolio, sorgenti, …) il cui deperimento non va a incidere sul PIL come invece la sola produzione del bene finito, ragion per cui il dato sull’andamento di queste aziende non fa somma algebrica con lo sfruttamento delle risorse consumate.

In un periodo storico come quello che stiamo vivendo, di grande forbice sociale, dove la media del reddito procapite sembra rimanere invariata o addirittura a salire leggermente per via del paradossale pollo di Trilussa, l’importante sembra essere il dato nudo e crudo, come quello più eclatante di questi tempi che vede la ripresa economica aumentare dello zero virgola rispetto all’anno precedete, anche se poi in assoluto ci vorranno decenni per arrivare alla ricchezza di un decennio fa, ma tutto questo è mera interpretazione: siate felici per il dato, la sua interpretazione lascia il tempo che trova.


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