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Di tutto un po'

C’è giustizia a questo mondo? – prima parte

Si pone questa domanda un articolo, a firma Oreste Poggiolini, pubblicato sulla rivista Argo nel 1935

12 Agosto
10:00 2019

C’è giustizia a questo mondo? Una domanda più che lecita soprattutto in questo periodo. Digitando in GoogleNews le parole “scandalo magistratura” si possono leggere questi titoli poco rassicuranti: «Non basta Palamara per spiegare i guai seri della magistratura» (Il Foglio, 10/06/2019); «Li chiamano affidi, ma troppo spesso sono uno scippo» (Panorama, 27/06/2019); «Schiavitù sessuale alla scuola per magistratura: arrestato l’ex giudice Bellomo» (ilsole24ore.com, 09/07/2019); «Scandalo affidi. L'inutile "Squadra Speciale" del Ministro Bonafede» (Panorama, 23/07/2019); «Il Riesame: no alla scarcerazione, resta in cella il giudice Capuano» (la Repubblica, 27/07/2019); «Scandalo giustizia, dieci anni dopo l’Ultracasta trionfa» (il Fatto Quotidiano, 28/07/2019); «Il nuovo Csm: più poltrone per tutti» (Il Tempo.it, 31/07/2019); «Sì, la giustizia è impazzita. Parla Coppi» (Il Foglio, 01/08/2019); «Il Csm e l’orrore di una repubblica giudiziaria fondata sui pm. Sveglia» (Il Foglio, 01/08/2019); «Avvocato di Enzo Tortora contro magistrati/ “Scandalo Csm? Non hanno imparato nulla”» (ilsussudiario.net, 08/07/2019).

Così mi è sembrato interessante presentare ai Lettori di “Civico20News” un articolo, trovato casualmente, a firma Oreste Poggiolini (1871 - 1938), pubblicato sulla rivista Argo nel 1935 e intitolato «C’è giustizia a questo mondo?» (m.j.).

Quando il Dottor Azzeccagarbugli travasava nel cervello di Renzo la sua sapienza curiale, e Renzo lo stava a guardare estatico come si guarda sulle piazze dei villaggi il giocatore di bussolotti che, «dopo essersi cacciata in bocca stoppa e stoppa e stoppa, ne cava nastro e nastro e nastro che non finisce mai», gli diceva fra l’altro:

- … «perché vedete, a saper ben maneggiar le guide, nessuno è reo, e nessuno è innocente».

E allorché, invelenito per la prepotenza di Don Rodrigo e per la viltà del Dottore che, al solo accenno a quel nome temuto, aveva rinfoderato in furia tutta la sua abilità professionale, mettendo lui fuor dell’uscio e restituendogli i polli, Renzo Tramaglino cerca rincorare se stesso e le donne col dire: - «In ogni caso, saprò farmi ragione, o farmela fare» e ripete a guisa di ritornello: «A questo mondo c’è giustizia finalmente!», il Manzoni, in una delle sue ironiche battute in sordina, commenta: «Tanto è vero che un uomo sopraffatto dal dolore non sa più quel che si dica».

La sottile irriverenza del Manzoni verso l’umana giustizia era già stata superata nel settecento dall’impertinenza di Dionigi Diderot, al quale fu domandato un giorno che cosa pensasse della Giustizia e dei Tribunali. Rispose con questo aneddoto:

- Un pover’uomo mio amico era stato citato contemporaneamente in giustizia dalla moglie che voleva divorziare perché sosteneva che egli era impotente, e dall’amante che voleva ch’egli riconoscesse per suo un figlio che affermava aver avuto da lui. «Meno male - diceva il disgraziato - una almeno delle due cause riuscirò a vincerla: perché se sono impotente non posso aver fatto fare un figlio alla mia amante, e se debbo riconoscere per mio il figlio, vuol dire che non sono impotente». Ebbene, amici miei, lo credereste? Egli perdette tutt’e due le cause, perché furono giudicate l’una dopo l’altra da due diverse sezioni.

Sono tali e tante le facezie e le puntate riguardanti la giustizia ed i giudici, che un magistrato italiano, Virgilio Feroci, uomo evidentemente di molto spirito, ha raccolto con intelligente criterio oltre cinquecento motti, storielle e aneddoti giudiziari, fra cui vi sono cose argutissime ed altre pungenti e corrosive. Nella prefazione del suo libro, che ha intitolato «Giustizia e Grazia» (1) il Feroci non crede di inferocire contro la magistratura di cui fa parte, citando un avvocato spagnolo, che ha definito la giustizia «un maestoso e rispettabile giuoco d’azzardo» né riportando il catastrofico avvertimento del celebre penalista Enrico Pessina, il quale, richiesto di quanti elementi ci volessero per vincere una causa, rispose:

- Nove elementi: 1°) un buon gruzzolo di quattrini; 2°) una buona dose di pazienza; 3°) una buona causa; 4°) un buon avvocato; 5°) un buon procuratore; 6°) buoni testimoni; 7°) un buon giudice; 8°) un buon presidente; 9°) una buona fortuna.

È riportato, fra i tanti arguti aneddoti nell’attraente raccolta del Feroci, quello del giudice conciliatore ideale, cui si rivolsero un giorno un ciclista e un contadino. Il ciclista pedalando aveva ucciso un’oca ed offriva al proprietario tre lire a titolo di risarcimento. Il contadino voleva cinque lire ed era pronto a lasciare al ciclista l’oca defunta. Il giudice definì genialmente la vertenza cosi:

- Semplicissimo. Il ciclista versi tre lire; io vi aggiungo altre due lire; passo le cinque lire al contadino e mi prendo l’oca; cosi voi due siete contenti e son contento anch’io.

Il raccoglitore di questi aneddoti, uditi dalla viva voce di magistrati o di avvocati o direttamente raccolti durante il lungo esercizio del suo ufficio di giudice, esprime un giusto e legittimo desiderio: che siano letti con lo stesso animo col quale egli li ha riordinati: senza alcun gratuito dispregio per l’ufficio del giudice, per la professione dell’avvocato, per l’arte dell’oratore; ma con la benevola e serena comprensione con la quale ogni umana attività deve essere guardata.

(1) Giustizia e Grazia di Virgilio Feroci, Ed. Hoepli. E' un libretto di lettura utile e amena per tutti; un delizioso compagno tascabile per la villeggiatura di ogni persona colta.

Fine della prima parte (continua)

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