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Politica Internazionale

Sovranità/ Mentre la politica litiga francesi e algerini si prendono i nostri mari

L’Italia continua ad essere incapace di difendere i propri interessi nel Mediterraneo

12 Agosto
08:30 2019

Mare Nostrum addio. Nel Mediterraneo l’Italia è pronta alla resa, pronta a piegarsi alle manovre di chi, ignorando gli obblighi negoziali imposti dalle convenzioni internazionali, estende unilateralmente i diritti di sfruttamento di mare e fondali fino al limite delle 200 miglia arrivando a lambire le coste della nostra penisola.

Giorgia Meloni recentemente ha riportato l’attenzione su quel trattato di Caen con la Francia che sancirebbe un’iniqua spartizione delle acque del Mediterraneo nord occidentale. L’iniquità, realizzata dopo l’insurrezione dei nostri pescatori, sarebbe all’origine della mancata ratifica del trattato da parte del nostro Parlamento e dei tentativi francesi di imporlo di fatto.

Ma quel trattato, seppur indulgente nei confronti di Parigi, è stato – secondo l’ammiraglio in congedo Fabio Caffio esperto di Diritto Marittimo – «il frutto di una lunga trattativa che ha comportato rinunce, ma anche acquisizioni in quelle zone dove il diritto non garantiva una soluzione chiara».

Ben più grave sarebbe invece l’inerzia politico diplomatica esibita dall’Italia di fronte al sopruso di un’Algeria che nell’aprile 2018 ha istituito, ricorda Caffio, «una sua Zee con un confine valevole anche per il fondale, che si sovrappone in gran parte alla piattaforma e alla Zpe (Zona di protezione ecologica) italiana a ovest della Sardegna».

Per comprendere l’apatia di un’Italia incapace di difendere i propri interessi nel Mediterraneo bisogna partire dalla rinuncia, condivisa da tutti i governi dell’ultimo trentennio, a definire una Zona Economica Esclusiva in campo marittimo. Una rinuncia paradossale per un’Italia a corto di risorse energetiche, ma forte di un’estensione costiera di 7.600 chilometri che, anche senza sfruttare appieno le 200 miglia di Zona Economica Esclusiva (Zee) garantita dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare, ci consentirebbe di effettuare prospezioni nei più vari settori del Mediterraneo.

A differenza di Francia e Spagna, che hanno definito con chiarezza le loro aree di giurisdizione trasformandole in Zee, l’Italia si è limitata a dichiarare, nel 2011, una zona di protezione ecologica nel Tirreno. Una scelta che confermava già allora l’attitudine ad anteporre i temi ambientali all’interesse economico nazionale.

Quattro governi dopo nell’Adriatico, l’esecutivo giallo verde, influenzato dal disfattismo produttivo di un M5S appiattito sui temi ecologici, ha rinunciato alle prospezioni per l’individuazione dei giacimenti di metano. Giacimenti che rischiano così di venir regalati a Croazia, Montenegro e Albania.

Ma l’autolesionismo dell’Adriatico è ben poca cosa rispetto all’arrendevolezza con cui subiamo la decisione algerina di estendere da 40 a 180 miglia la propria Zee portandola a lambire le nostre acque territoriali intorno a Sant’Antioco, Carloforte, Portovesme, Oristano, Bosa, e Alghero.

Quell’allargamento non concordato mette a serio rischio non solo la novantina d’aziende del settore pesca che operano nella zona, ma tutto quel comparto ittico in cui l’Italia ha rinunciato, negli ultimi 34 anni, a un terzo della propria flotta e a 19.000 posti di lavoro. Il tutto mentre l’aumento del consumo ittico ci costringe a importare l’80 per cento del pesce destinato ai tavoli di ristoranti e famiglie.

Qualcuno si chiede, però, chi in Europa possa aver incoraggiato la scelta di un’Algeria che rischiava agendo da sola – di venir messa all’angolo dall’Unione Europea. «L’obiettivo algerino a detta dell’Ammiraglio Caffio – non sembra tanto la contestazione delle aree di giurisdizione italiana, quanto di quelle spagnole, la cui legittimità è anche contrastata a nord dalla Francia».

L’evidenziarsi di un interesse francese suscita però un inevitabile sospetto. «Nel 1973 la Francia sottolinea Caffio ricordando l’origine della controversia con Parigi sfociata, dopo quarant’anni di trattative nel contestato Accordo di Caen – propose come soluzione globale, l’adozione di un punto centrale. equidistante tra Francia, Italia, Algeria e Spagna in cui far convergere le delimitazione tra i quattro Paesi.

Ebbene, sarà un caso, – continua l’ammiraglio – ma la cuspide della nuova Zee algerina che s’incunea a occidente del Sassarese sardo, è molto prossima all’ipotetico punto centrale indicato allora dalla Francia. L’Algeria continua in sostanza a considerarsi Stato frontista della Francia, come Parigi aveva ipotizzato decenni fa, ignorando del tutto le coste sarde cui si riconoscerebbero esclusivamente 12 miglia di acque territoriali».

Dietro le pretese algerine si muoverebbe, insomma, la lunga mano di Parigi decisa a punirci per la mancata ratifica del trattato di Caen e a imporci surrettiziamente le stesse condizioni da noi rifiutate quarant’anni fa. E sempre la Francia potrebbe aver contribuito a bloccare le manovre di un’Unione Europea chiamata per statuto a difendere gli interessi italiani e spagnoli contrastando anche in sede Onu l’allargamento non concordato della Zee algerina.

Di certo, ritrovarsi le trivelle della Sonatrach – e quelle della Total con cui la compagnia energetica di Algeri opera congiuntamente – a 13 miglia dalle coste della Sardegna rappresenterebbe una beffa enorme per un Italia che si è, invece, auto imposta regole severissime per le prospezioni off shore. Ma una doppia beffa sarebbe dover comprare il pesce finito nelle reti dei pescherecci di Algeri attivi in quelle acque del Mediterraneo dove, nel nome della difesa ambientale, abbiamo imposto limiti durissimi ai nostri pescatori costringendoli, in qualche caso, ad abbandonare la propria attività.

Gian Micalessin

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