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Cronaca Internazionale

Africa: una prateria per il Coronavirus?

Dentro (e fuori) il continente, la massiccia presenza cinese comporta preoccupanti rischi

12 Febbraio
09:50 2020

Oltre 43.000 casi di contagio, più di 1.000 morti, un’eziologia (ovvero lo studio delle cause) ancora assolutamente nebulosa e dibattuta: e poi, ancora, oltre 50 milioni di persone isolate e in isolamento dal resto del mondo. Una Nazione, la Cina – che vale 1/5 del PIL mondiale e che secondo taluni è piuttosto un continente, specie se rapportata alle dimensioni della nostra minuscola Europa – in lotta con un nemico insidioso e invisibile, capace però di metterne in ginocchio la galoppante economia.

Sono le manifestazioni e le conseguenze del Coronavirus, un’infezione che ieri l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito “più pericolosa del terrorismo”, con concrete possibilità di diffusione a livello globale.

E se il virus è cinese, ora però l’insidia maggiore si chiama Africa.

Nell’ignavia e nel silenzio di Governi e organismi di (dis)informazione (peraltro invitati dalla stessa OMS a “svegliarsi”), la verità è che la presenza cinese in Africa risulta aumentata negli ultimi 15 anni di oltre il 600%. Il Paese del Dragone lì fa affari d’oro (a volte spregiudicati), annidandosi (proprio come un virus) in contesti economici incapaci di reggersi autonomamente.

Gli scambi con la Cina sono fitti e capillari e la presenza di comunità cinesi folta e massiccia. Per questo il dato stando al quale non ci sarebbero ancora stati casi di contagio da Coronavirus in Africa – seppur ammissibile – pare almeno sospetto. Il nodo cruciale risiede nel fatto che molti dei Paesi africani non siano purtroppo dotati dell’armamentario scientifico e infrastrutturale (ospedali adeguati in primis) necessario per diagnosticare e contenere la malattia. La quale, potenzialmente, potrebbe trovarsi di fronte una prateria da calcare senza alcuna resistenza.

Sarebbe un ennesimo flagello per l’Africa, già provata dal terribile virus Ebola e dalle molte malattie che (spesso senza che il resto del mondo ne parli o se ne accorga) ne falcidiano la popolazione. E poi – inutile tentare di nascondere la testa sotto la sabbia – si aprirebbe il problema dei flussi incontrollati di migranti verso l’Europa, i quali potrebbero contrarre il virus prima della partenza verso le nostre coste.

Non si tratta di allarmismo ma di paura.

Prefigurarsi gli scenari più infausti aiuta spesso a evitarli, a elevare le nostre difese nei confronti di un nemico che – fino a quando la Scienza non avrà predisposto un vaccino – possiamo soltanto contenere. Con la priorità di salvare vite umane evitando il dilagare dei contagi.

 

(Immagine in copertina tratta da wbur.org)

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