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Di tutto un po'

La sette Virtù "Capitali"

Civico20news accoglie tra le sue pagine le considerazioni della scrittrice milanese Patrizia Lotti, sulle sette Virtù che potrebbero migliorare la qualità della nostra vita

14 Gennaio
13:00 2020

Elogia, ovvero gli elogi delle sette virtù “capitali”

di Patrizia Lotti

 

Non è una novità che omicidi, stupri, violenze, così come inondazioni, carestie, epidemie e incendi nei boschi facciano notizia e attirino l’attenzione del pubblico molto più di qualsiasi bel gesto di generosità, di un compito difficile portato a termine con fatica, ma anche con soddisfazione, della gioia per un pericolo scampato grazie alla inaspettata collaborazione di molti. Le buone notizie non fanno vendere i giornali, non aumentano l’audience, non fanno aumentare i followers, a meno che non si tratti gesti così eclatanti da non poter proprio essere ignorati. Tutto questo non è una novità, ma mi sembra che l’idea che il male vada raccontato e il bene tenuto nascosto stia subendo un pericoloso processo di accelerazione, così come l’accanimento nelle descrizioni dettagliate degli orrori cui sono sottoposti i più deboli in molta parte del mondo o come l’accettazione della più becera e inutile volgarità nelle parole e nei comportamenti.

Questo processo di accelerazione per altro è la cifra fondamentale del nostro tempo.

Quindi dobbiamo arrenderci e constatare che così va il mondo, che violenza, arroganza e maleducazione pagano, in termini di profitto e di consenso, molto più della tolleranza, della capacità di ascoltare e di mangiare con la bocca chiusa e senza i gomiti sul tavolo? 

Non sono fatta per arrendermi. Non vorrei lasciare ai miei figli e ai miei nipoti un mondo dove si risponde a grugniti invece che con un sorriso, dove una signora incinta deve rimanere in piedi su un autobus affollato perché la mamma di turno è troppo occupata a chattare per far alzare il pargolo dodicenne a sua volta troppo occupato a tentare di superare il suo record in non so più quale giochino sull’ Iphone per accorgersi di qualsiasi cosa gli accada intorno. Non vorrei neanche lasciare loro un mondo dove nessuno aiuti la sfortunata futura mamma in questione, dove ognuno si occupi solo dei fatti suoi.

Ringrazio quindi questo giornale che mi ha permesso di pubblicare i miei elogi allE sette virtù capitali, o almeno a quelle che oggi, a mio parere, meritano di essere rivalutate. Sarò felice se qualcuno me ne vorrà indicare altre. Ne ho scelte sette per una similitudine-contrasto con i  sette peccati capitali, di cui già fin troppi, a mio modesto parere, si occupano quotidianamente.

 

 

Elogio della Diligenza

Diligenza è una parola obsoleta, dimenticata. Forse proprio per questo mi piace. Sa di anni cinquanta, di un mondo da ricostruire e dove quel poco che c’è va tenuto con cura perché non sarà facile averne dell’altro, se lo si spreca.  Sa di pulito, di un profumo di bucato che non ho mai sentito, ma che mi sembra di conoscere ricordando la nostalgia con cui ne parlava la mia nonna; quello dei lini bianchi delle lenzuola quando venivano stesi sull’erba ad asciugare. Con attenzione, rispetto e cura. Con diligenza, insomma.

Diligenza: da diligo, composta da dis e lego. Dis indica separazione, distinzione e lego significa scegliere. Quindi diligo vuol dire scegliere proprio quella cosa, prendersene cura, amarla.

Se trattassimo tutto con diligenza il mondo sarebbe più bello: le strade sarebbero pulite, le case accoglienti, i cibi curati, i nostri vestiti in ordine. Cose superate? Può darsi, ma rassicuranti e che sembrano parlare alla parte migliore di noi.

E in questo mondo che si rivolge sempre più spesso alla pancia della gente, così facile da manipolare, invece che al suo cuore o al suo cervello, non è cosa da poco.

Ma non divaghiamo troppo. A chi si attribuisce di solito l’aggettivo “diligente”? Ad uno studente, ad un bambino delle elementari, ad un ragazzino delle medie o un ragazzo delle superiori. Siamo comunque   nel mondo della scuola, dell’università, un mondo dove ci si prepara alla vita, dove si è entrati scegliendo liberamente il proprio percorso in funzione, almeno in teoria, delle proprie attitudini e passioni, non alla ricerca di un profitto. Un mondo dove la diligenza premia, senza discussioni; l’attenzione in classe, lo studio costante ed assiduo a casa, l’esecuzione precisa dei lavori assegnati conducono certamente a dei buoni risultati. Soprattutto conducono a conoscere   le diverse materie a cui ci si dedica e a sapersi districare senza difficoltà nei meandri degli studi più diversi. A scuola la diligenza premia, più del genio. Il genio va coltivato perché dia buoni frutti; la diligenza è già di suo un campo ben coltivato che darà senza dubbio buoni frutti. E non è vero solo a scuola: conosco professionisti famosi che, scrupolosi e diligenti da giovani, una volta ottenute fama e ricchezza delegano il lavoro che avevano fatto con passione a discepoli più giovani e si dedicano solo a curare la propria immagine. Risultato: ho sentito fare diagnosi superficiali  e dare consigli quanto meno avventati da parte di medici e commercialisti che avevano ormai abbandonato la diligenza che li aveva premiati da giovani.

E allora perché nessuno usa più questa parola e solo pochi  praticano questa virtù?

Ma per la solita ragione, la più vecchia del mondo e la più prevedibile: la diligenza non crea profitto, almeno a breve termine. E tanto meno, per la fatica e l’impegno che richiede, crea consenso, almeno immediato. La riscoperta del valore della diligenza condurrebbe sicuramente anche alla rinascita del senso civico (e Dio solo sa quanto ne avremmo bisogno nel nostro paese!), ma in un mondo come il nostro, dove anche le leggi e le riforme più importanti hanno il respiro corto e sono prive di lungimiranza, la diligenza non è ben vista.

E' pericolosa. Chi è diligente affronta la vita e i propri compiti con serietà, non si accontenta di un’analisi superficiale, ma vuole andare a fondo delle cose e non dà mai giudizi se non ben ponderati. Anche quando sono scomodi e malvisti. Ma in genere chi è diligente è anche costante e determinato, forte com’è della fondatezza del suo pensiero. Che per altro non gli importa molto che sia condiviso o gli procuri fama e ricchezza. Chi è diligente desidera soprattutto guardarsi allo specchio e vedere i tratti di una persona che ha coscienza pulita. Non pensa di possedere nessuna verità assoluta; sa solo di essere arrivato alla conclusione del suo lavoro o del suo pensiero con serietà e senza risparmiarsi, di aver fatto il meglio che poteva, anche se è sempre convinto che si potrebbe fare di più e meglio.

E' un perfezionista, ma sa anche accontentarsi del risultato quando è consapevole che tempo e circostanze non gli hanno permesso di fare di più.

Insomma, non è uno che si fa menare facilmente per il naso.  E oggi questo, per molti, è un peccato mortale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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