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Quello che non manca oggi in Italia

Decreti e comparsate televisive

27 Marzo
12:30 2020

Siamo tutti in emergenza e non possiamo uscire di casa per evitare, non solo di essere aggrediti dal virus cinese, MA ANCHE (reminiscenza letteraria di un grande precursore di Zingaretti, tale Walter Veltroni ) per evitare di trasmetterlo a chi si incontra per strada.

Prima di ricordare quello che non manca dobbiamo fare un excursus rievocativo di quello che manca.

Mancano innanzitutto ospedali ed ancor più siamo carenti di reparti specializzati. Si è dato un gran da fare in questo settore proprio quello che aveva ricevuto l’incarico, dall’allora presidente Napolitano di salvare l’Italia e di evitare che cadesse nel baratro: il professore Mario Monti, detto il bocconiano.

L’uomo si era messo di impegno a demolire ospedali e presidi sanitari in genere perché l’imperativo categorico era quello del rigore economico.

Lui, diceva, doveva fare i compiti a casa che la UE gli aveva assegnato e che aveva dovuto imparare a memoria frequentando il club Bilderberg. Si era portato dietro nel governo una petulante segugia, tale Elsa Fornero, cui era stato affidato il compito di ridurre all’osso le pensioni degli italiani e di infischiarsi delle migliaia di esodati.

Ancor oggi la fotografia del Mario Monti. evidenziata con perfidia sui quotidiani, è tale da produrre brividi di rabbia e togliere l’appetito ai cittadini più sensibili.

Lui diceva sempre “ce lo chiede l’Europa” ed il guaio per l’Italia è stato il fatto che sia stato seguito come un profeta da tutto il mainstream sinistrorso che inquinava il paese.

Il mammasantissima diceva chiudiamo gli ospedali ed i picciotti dislocati nelle istituzioni ripetevano devoti chiudiamo gli ospedali e si mettevano all’opera.

Come è successo a Torino ed in Piemonte, dove il presidente della Regione Sergio Chiamparino ed il suo assessore, Antonino Saitta, un siciliano salito al nord, si sono gettati con ardore a distruggere ospedali storici come l’Oftalmico ed il Maria Adelaide ed a chiudere molte altre strutture sanitarie che oggi sarebbero vitali.

Quello che oggi viene definito il RIGOR MONTIS, con un termine preso in prestito dalla tanatologia, non si è limitato ad abbattere solo le strutture murarie.

Si è accanito, sempre per obbedire all’Europa, anche sul personale sanitario. Interi reparti sono stati eliminati, altri sminuzzati od accorpati, e sono stati ridotti ai minimi termini compartimenti di alta specializzazione, come quelli della rianimazione e delle cure intensive che oggi, con l’emergenza coronavirus, sono insufficienti.

Seguito a ruota, nel delirio iconoclasta della sanità, dai suoi successori, tutti di sinistra, tra i quali vanno ricordati l’Enrico Letta, il Matteo Renzi, e quel Paolo Gentiloni, detto “er moviola”, che oggi siede tra i paggetti di sua eccellenza Angela Merkel.

Buon ultimo, l’avvocato del popolo Giuseppe Conte.

Ora dobbiamo affrontare il virus cinese ed è facile capire quello che manca. Non ci sono anzitutto le mascherine, nonostante che il ministro degli esteri, Giggino Di Maio affermi da mesi che sono in arrivo. Manca il vestiario di protezione per chi lavora a stretto contatto con i ricoverati. Mancano apparati per la respirazione artificiale e le relative bombole di ossigeno. Non sono sufficienti i reparti di cure intensive, mancano gli anestesisti ed i rianimatori, gli infermieri ed il personale tecnico.

La colpa di questo disastro, dice però l’avvocato volturaran-appulino non è mai sua ma degli altri. Posizione che in lingua piemontese viene sintetizzata nel detto “ciama n’autr”.

NON MANCANO INVECE IN ITALIA DECRETI E DECRETINI.  

L’avvocato del popolo Giuseppe Conte, con il vezzo tutto provinciale, di voler sempre mettere il suo lungo naso sugli schermi, è riuscito ad emanare finora 34 decreti ed è il detentore del record internazionale di ben sedici comparsate televisive in un solo giorno. Fino ad oggi i decreti, ognuno dei quali intende correggere il precedente, hanno dato vita ad un volume di trecento pagine, irte di norme e di richiami ai commi precedenti, e tali da risultare illeggibili.

L’ultima volta che il premier è comparso agli italiani tenendo il volume tra le mani e sfogliandone con fare nervoso le pagine, aveva perso un po' di quella baldanza che lo aveva in passato accompagnato.

Dall’alto del colle era giunto, sia pure obtorto collo, il monito che la costituzione italiana aveva previsto un parlamento al quale lui avrebbe dovuto riferire e fare approvare quello che andava facendo, da uomo solo al comando.

Ed ancora che lui non poteva giudicare sufficiente l’approvazione entusiastica data da alcuni reggicoda quali il Casalino, il Travaglio e la Gruber, per poter governare con i metodi che non erano più in uso dal tempo del ventennio mussoliniano.

L’avvocato del popolo di qualche mese fa, divenuto premier con l’uso medioevale della spada appoggiata sulla sua spalla dal capo dello stato, ha dovuto cambiare registro e si è autonominato maestro di vita. “E’ una prova durissima, ci renderà migliori” ha detto.

E poi, per rendere accettabile la condizione di clausura  a cui ci ha condannati a causa di una politica pregna di  tentennamenti e di errate valutazioni, ha proseguito dicendo:

“questa è un’occasione per fermarsi per fare riflessioni che uno, con il tran tran frenetico, non riesce a fare. Ne approfitteremo per trarne il giusto insegnamento”.

Noi però siamo sicuri che il giusto insegnamento che ne trarrà sarà quello di fare tutto il possibile per non abbandonare quella pregiata poltrona che, senza alcun merito, gli è stata assegnata dal presidente della repubblica.

 

 

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