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La modernità di Francesco Crispi. L'Italia che non cambia schiava della sue lotte interne

Crispi desiderava che la Nazione che scoprì l’America ma che non ebbe “la forza di imporvi il suo impero” potesse allora “costituendosi al suo interno, ricostituire anche la sua posizione presso gli altri popoli”

16 Maggio
09:00 2019

La politica italiana di ieri, come quella di oggi, non aveva una visione del futuro e l’indeterminatezza dei propositi era aggravata dalle lotte interne tra i partiti ma soprattutto non dobbiamo dimenticare che quei governanti di allora erano gli avanzi del Risorgimento: cospiratori e combattenti.

L’Italia post unitaria era un po’ come un’adolescente e i politici che la reggevano non si sbilanciarono mai nel prendere impegni in fatto di politica estera rifiutando qualunque tipo di cooperazione internazionale per paura di affrontare guerre delle quali non erano in grado di valutare l’esito.

La sconfitta di Dogali del 26 gennaio 1887 fu il primo fatto d’armi della nuova Italia unita dalla breccia di Porta Pia e venne accusata in patria come un disastro militare di proporzioni gigantesche. Come reazione fu approntato un corpo di spedizione di 20.000 uomini al comando del Generale Di San Marzano.

Fu un corpo di spedizione senza precedenti fino ad allora, tant’è che Francesco Crispi, non ancora presidente del Consiglio, in un primo tempo pareva intendesse vendicare solamente il massacro di Dogali, come ce lo racconta Giuseppe Ardau nel 1939 in Francesco Crispi: “Nessuno, in un momento di panico e di smarrimento per la nazione sapeva trovare accenti incoraggianti, esortare alla resistenza. Solo Francesco Crispi giganteggiò e parve trovasse il tono necessario a ridare un po’ di calma agli animi eccitati e sgomenti”.

Crispi desiderava che la Nazione che scoprì l’America ma che non ebbe “la forza di imporvi il suo impero” potesse allora “costituendosi al suo interno, ricostituire anche la sua posizione presso gli altri popoli” e quindi estendere i propri confini facendo “sì che le altre potenze non occupino sole tutte le parti del mondo inesplorato”.

Crispi concepiva il progetto coloniale non con spirito da piccolo bottegaio volto al guadagno immediato, da borghese insomma, ma per i benefici futuri anche se indubbiamente con dei costi ma “l’Inghilterra – disse – dagli estremi mari del Nord, insino agli estremi limiti del Mediterraneo, ha stazioni navali. […] Avete mai udito domandare nel Parlamento inglese quello che costa alle finanze britanniche il possedimento di quelle stazioni?”

Era il 18 maggio 1888 alla Camera quando colui che poi divenne l’assertore del colonialismo italiano oltremare pronunciava queste parole e proseguiva “avete detto che essendo in Roma, noi dobbiamo inaugurare un mondo nuovo, un diritto nuovo, una nuova civiltà; ebbene, o signori, se questi sono i vostri desideri, dovete aiutare il governo, dargli i mezzi affinché nella sua missione possa riuscire”.

E ancora Crispi: “Prima del 1859 eravamo schiavi dei nostri tiranni, oggi siamo schiavi della nostra debolezza. Allora ci insultavano dicendo che l’Italia era un’espressione geografica, oggi ci insultano perché sanno che non possiamo fare la guerra. […] Vi sono uomini i quali a difendere il loro contegno, dicono saggezza la viltà, inconsideratezza l’audacia, imprudenza il coraggio. E vi sono tempi in cui il senso morale è così stravolto che si applaude al contegno di codesti uomini”.

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